Il film “Anita B” ci racconta il dopo; il racconto comincia nel maggio del 1945, quando la sedicenne Anita, ungherese, intabarrata in abiti laceri e sporchi, ferita nel volto e nell’anima, viene riconsegnata a quel che resta della sua famiglia dalla Croce Rossa: siamo in Cecoslovacchia, nella zona dei Sudeti, da dove i Russi vincitori stanno scacciando i pochi residui tedeschi invasori, mentre le loro case vengono riconquistate, anche dagli ebrei. Ed è ebrea la famiglia dove la ragazza, miracolosamente scampata ad Auschwitz, dove i suoi genitori sono stati gasati, ritorna, nel piccolo paese di Zvikovez, accolta malvolentieri dalla sorella di suo padre, la zia Monika, sposata con Aron e madre di un bambino di appena un anno; in casa c’è anche il giovane Eli, fratello di Aron, che si invaghisce della ragazza, con cui vive a stretto contatto, ma con la quale non condivide niente.
Nessuno vuol sentire i racconti di Anita, non deve mostrare il tatuaggio sul braccio, deve tenere i capelli coperti, non deve dire di essere ebrea, non deve mai uscire di casa, perché priva di documenti.
“Tieni Auschwitz fuori dalla porta” le impone Eli, prima di entrare per la prima volta nella sua nuova casa; lei finirà per parlare e raccontare il suo dolore solo alle pagine del suo quaderno e al piccolo Roby, che le viene affidato e a cui tenta di fare da mamma, guardata con sospetto dalla gelida Monika, decisa a difendere il suo ritrovato benessere, i suoi abiti, cappelli, viaggi, e a non guardarsi mai indietro. La presenza di Anita invece mette tutti a disagio, perché il carico di sofferenza e di dolore che porta con sé è per loro insopportabile. Ma Anita è piena di energia, e vuole ricominciare a vivere. Aiutata da zio Jacob, uno struggente Moni Ovaia, che si occupa del reinserimento degli ebrei sopravvissuti e ne aiuta l’espatrio verso la Palestina, comincia a lavorare in una sartoria, dove, seduta alla macchina da cucire Singer, fa amicizia con David, un ragazzo pronto a partire per Gerusalemme, che le infonde coraggio, vorrebbe portrla con sé, ma si arrende di fronte all’amore che Anita crede di provare per Eli.
Anita ce la farà. Dopo aver vissuto nell’inferno del lager, dopo aver visto sparire i suoi cari, la vita le riserva un futuro che esisterà solo se saprà elaborare e portare con sé il passato: per questo non potrà che partire anche lei per Gerusalemme, aiutata da un medico caritatevole, da Sarah, a capo di un comitato di rifugiati ebrei che opera a Prga , attesa in Palestina da David e dal sorriso radioso di sua madre, che Anita continuamente sogna….
Ricostruzioni, ambienti, costumi, mobili, cast, musica, tutto è di grande qualità nel film di Roberto Faenza, tratto da un romanzo quasi autobiografico della scrittrice Edith Bruck
Pur avendo lasciato “Aushwitz fuori della porta”, il film è particolarmente efficace nel raccontare un “dopo”. Da segnalare la commovente ricostruzione della festa di Purim, nella quale zio Jacob- Moni Ovadia balla e canta in Yiddish una canzone tradizionale mentre tutti ballano, mascherati, disinibiti, finalmente liberati; altrettanto bello e intenso il canto finale dei bambini, stipati sul camion che li porterà ad imbarcarsi sulla nave che li porterà verso la Terra promessa, mentre in mezzo a loro Anita, finalmente, sorride.



