“Solo che oggi per me è una giornata particolare, lo sai? È come in un sogno quando… quando vuoi gridare e non ci riesci perché ti manca il respiro! Però ho voglia di parlare! Parlare! Parlare! Te ne accorgi vero? Oppure che ti devo dire?
Scendere nella strada, fermare il primo sconosciuto e raccontargli tutti i fatti miei, ma fino a spaventarlo! A scandalizzarlo! A menargli, sì!, a fargli del male!” Una giornata particolare, Ettore Scola
Scartò la caramella ai mirtilli e buttò la carta rosa sul tavolo. La guardò. E le venne in mente il vestito che Muriel le aveva regalato per il suo ventesimo compleanno. Un rosa talmente triste da non crederci. L’aveva indossato una volta soltanto. Un momento imbarazzante. Così lo ricordava. Non le veniva di pensare altrimenti. Cosa sarebbe stato quel giorno senza Alexander? Avrebbe mai capito che non sarebbe diventata una di quelle donne dell’alta borghesia, con i fazzolettini pronti per le lacrime facili e le mani pulite per coprire le risatine inutili? Non diede mai modo a nessuno di rimproverargli di essere diversa. Amava buttar via i vestiti pastello e indossare abiti inusuali, come una persona libera. Non sentì mai il peso delle bugie di sua madre, aveva un amante, il che la rendeva più stupida di quanto potesse mai immaginare. Era una di quelle notizie di cui la città non può fare a meno, nel grande giardino della sua casa tutti avevano una frase ironica per lei, Monique, la donna che non sapeva amare. La sorprese una sola volta ed ebbe conferma di ogni cosa. Sua madre era una donna qualsiasi. Imparò ben presto che la verità costa più cara di una dozzina di bugie. Alexander gliene diede conferma nel giorno del suo compleanno. Come spiegare a quel giovane che non sarebbe mai stata più di quel che le spettava? Lasciò morire il suo interesse per una fantasia inutile e partì. Ma il tempo che passò in Inghilterra non la scalfì minimamente. Era impensabile sperarci. Visse a Worcester per otto mesi ma fu come non allontanarsi mai da casa. Quando sua sorella le annunciò il suo fidanzamento fu in più momenti titubante sul tornare nella grande villa di famiglia. Aveva intrecciato una relazione con un uomo assai più grande di lei. Si sentiva amata, per quel che serviva. Ma non provò mai per lui un simile sentimento. Era ricco, piacevole. E la sua ossessione sembrò essersi placata per qualche tempo. Frequentava i locali alla moda, passeggiava indisturbata per i piccoli vicoli della sua nuova vita, senza chiedersi mai nulla, non ne aveva più bisogno, pensava. Fu facile dimenticarsi di pensare, fu facile accettarlo, non doveva spiegazioni a nessuno. Forse apparteneva a quell’uomo ma ciò non le impediva di amarne altri. Tornava sempre da lui e sapeva come rincuorarlo, conosceva parole d’amore che le sussurravano altri e diventava succube delle sue stesse bugie. Costruì un mondo parallelo e impossibile ma estremamente affascinante. Fu in un caldo giorno d’ottobre che decise di tornare. Aveva dimenticato il colore delle pareti della villa, il numero degli scalini che portavano alla sua camera, il fruscìo delle foglie secche che cadevano incuranti della sua vita. Ma i profumi, quelli no. Ne aveva piene le narici delle essenze di quella casa. Ogni camera ne aveva uno differente, ogni persona se ne portava dietro tanti e sempre chiari, senza bisogno di distinzioni, senza bisogno di tante parole, conosceva i loro profumati arrivi e le loro profumate partenze. Mise il suo vestito più bello ed entrò nella sua vecchia vita, in punta di piedi, senza chiedere il permesso ai vetri troppo grandi dell’ingresso.
“Eccoti, finalmente!” Muriel le corse incontrò felice.
“Ho bisogno di rinfrescarmi.”
“Fa’ presto. A momenti potrai conoscere l’uomo che mi ha sconvolto l’esistenza.”
Sua madre se ne stava ferma col giornale sulle gambe, ferma con gli occhi, ferma con la testa, ferma nei suoi capelli bellissimi, ferma nella sua volontà di fuggire via. Ferma nel coraggio che tardava ad arrivare.
La baciò sulla fronte e raggiunse la sua camera. Si spogliò del suo abito più bello e restò vestita del suo solo corpo per molto tempo. Era come essere risucchiati dalla banalità di una vita che voleva lasciare nascosta in un angolo troppo piccolo per contenerla tutta. Muriel innamorata, presto sposa. Un copione noioso che più volte aveva immaginato. Sua sorella era l’incarnazione vivente della figlia perfetta. Studentessa eccellente, bella anche se vestita di stracci, irritante al punto giusto. Si dimenticò della cena, quasi cadde addormentata nella vasca. Fu la signorina Lucille a svegliarla e a supplicarla di fare in fretta. Percorse lentamente la grande scalinata che portava nel salone. Quasi come fosse una condanna a morte vivere quei terribili momenti di felicità. Entrò camminando elegante nel suo bellissimo abito bianco. Sentì le voci e capì nel medesimo tempo a chi appartenevano, seguirono i profumi e ne ebbe conferma. Una voce soltanto non riconobbe. Ebbe timore di capirlo troppo presto e legò forte il cuore con mille cordicelle prima di entrare. Si fermò sull’ultimo gradino e sembrò non voler capire. Accadde tutto in un momento. Lo vide davanti al sontuoso camino e ci fu silenzio per qualche istante. Lui ricambiò la sorpresa con uno sguardo pieno di domande. Era bellissimo nel suo completo blu, con gli occhi che le scavavano il petto e non le lasciavano neppure il tempo di capire cosa le stesse succedendo. Quasi dimenticò di respirare. Poi Muriel le fu addosso in un istante.
“È lui, Alexander.”
La frase le suonò come un tuono tremendo in una splendida giornata di sole. Come immaginare il temporale quando sei in giardino a goderti ogni raggio di calore ed è la cosa più naturale del mondo che sia tutto perfettamente così?



