“Hank?
Si?
E’ stato per scappare da qualche donna che sei venuto qui?
Sì
E’ finita con lei?
Mi piacerebbe crederlo. Ma se dicessi di “no”…
Allora non sai?
No, non so.
Ma si sanno mai queste cose, d’altra parte?
Io credo di no.
Ecco perchè le storie d’amore fanno schifo.”
Bukowski
Staccai la presa della corrente e mi limitai a fissare il telefono per le due ore successive. Poi decisi che era meglio andare a dormire. Sarebbe stato stressante aspettarla ancora. Aspettarla tutta la vita.
Cazzate.
Non l’avrei attesa tre giorni di più, figuriamoci tutta una vita. Che pazzia. Eppure allora credevo di poterlo fare. Un idiota innamorato. Niente di più terribile, John. Ah, già. Di più terribile c’era che la stronza si diceva pazza di me. Una notte mi chiamò in lacrime, a malapena capii cosa diamine volesse dire. Farfugliò qualcosa che mi sembrò essere una grandissima scusa per avermi buttato fuori dalla sua vita. Io ringraziai e le piantai un bel viaggio all’inferno nella cornetta. Misi giù e andai a dormire. Sentii di poter essere quello stronzo stravagante che declamava tutti i giorni. Doveva piacerle farmi soffrire. Forse vedermi correre ad ogni suo bisogno, buttato a terra davanti casa sua, come un barbone qualsiasi che chiede pietà per la sua vita infamante e bastarda le procurava quasi piacere fisico. Spostava le immacolate tendine rosa e i suoi occhi mi colpivano dritto nel petto, mi osservavano con attenzione, creavano studi anatomici sul mio folle amore, poi sorridevano e, senza alcuna pietà, tornavano dietro le quinte lasciandomi solo a guardare quell’assurdo teatro delle marionette coi fili spezzati.
Quando decisi di farla finita con le attese e i suoi mille tradimenti, iniziò il vero inferno. L’assurda mancanza di logica che mi faceva credere che lei mi amasse davvero, mi portò sui binari sbagliati e mi trovai a dover far deragliare un treno inesistente. Frequentai altre donne, mi convinsi di poter cambiare vita. Ma dietro ogni volto, dietro quei capelli biondi al vento, dietro quelle scarpe basse col fiocco azzurro, c’era sempre lei. E quel ghigno assurdo non mi lasciava più.
Un giorno, girovagando, finii in stazione a guardare treni che arrivavano e altri che, inevitabilmente, andavano via. Credevo di star bene, fino a che una donna mi si avvicinò e disse: “Io non ci credo che stia qua a fissare i treni credendo di risolvere davvero i suoi problemi.”
Era anziana, sulla settantina, malconcia. In mano un mozzicone di sigaretta, malconcio anche lui. La guardai per un tempo che mi sembrò lungo tutta la vita persa dietro quella malsana abitudine di amare male. Lei continuò: “Io l’ho aspettato trent’anni. Ero tutt’altro che cretina. Sono stata un’amante lucida. Allegra. Bella.” Sospirò. “L’unico uomo che io abbia mai amato. Non mi pento di ciò che ho fatto. Sua moglie mi era indifferente come gli spifferi per un condannato a morte.”
“Mi faccia indovinare. Non la lasciò mai.”
“Esattamente.”
“Perché viene qui allora? Si guardi intorno, la gente è piena di dubbi isterici. Sale sui treni credendo che non riescano a star dietro all’alta velocità.”
“Non sono mai salita su un treno. Vengo qui perché quell’uomo laggiù è il mio amore.” E indicò un uomo poco distante dalla panchina. Alto, ben vestito, curato.
“E la storia dei trent’anni?”
“Aspetto che mi scelga.”
“Potrebbe non farlo mai.”
“Disse di amarmi.”
“E sua moglie?”
“Scoprì tutto. Venne qui. Guardò le rotaie. E si gettò sotto il treno.” Sorrise. “Paradossalmente fu lei la condannata a morte. Divertente.”
“Quell’uomo viene qui a piangere sua moglie. E lei aspetta di essere scelta. E’ sdentata, brutta, vecchia. E’ questo ad essere davvero divertente, sa? Lei non c’entra niente con quell’uomo. Cosa diamine le fa pensare di poter essere l’amore per lui? Il tempo corre! E io ho l’impressione che lei sia rimasta incastrata tra le lenzuola di un macabro motel a fissare la porta da cui lui è uscito trent’anni fa per tornare a casa. Ora so chi è la puttana con cui se la faceva papà. Questo è davvero poco divertente.”
Lei fece per alzarsi, poi si fermò.
“Tua madre era pazza.”
“Va’ al diavolo.”
I treni raccontano storie pazzesche, John, storie inverosimili. Ci sali con i tuoi dubbi da quattro soldi e quando sei a destinazione scendi con l’anima a brandelli. Succede tutto in settanta, duecento, cinquecento chilometri e nemmeno ti riconosci più. La tua faccia è stravolta. Potresti essere chiunque. E invece sei ancora quell’idiota maledetto. Vai a letto con una che neanche ti vuole, tu sei pazzo del suo profumo e lei se ne frega, prende il tuo corpo a martellate, tu lasci che lo faccia perché sei così lucido da non volerlo capire neanche per un secondo, ti lasci ammazzare al buio, in silenzio, senza reagire, senza capire che la droga è già in vena e scorre come impazzita, finisci tra le lenzuola di quello schifo di motel e lei se ne va, senza dire una parola, e ti senti una merda perché l’effetto finisce con quella porta chiusa, i dolori salgono in superficie e ti annientano come un verme sotto i suoi tacchi neri.
L’ho seguita per così tanto tempo. E lei non ne ha voluto sapere. Ho aspettato un anno e ho teso la mano verso di lei perché ballasse con me una buona volta. E ancora niente. Niente su niente. Giornate imperniate su di lei, la donna del domani, del mai, del chissà forse un giorno. E’ stressante, donna. Sei stressante, le ho detto. Lei, sempre più disinteressata, mi ha buttato fuori dalla porta della sua bella casetta rosa di un quartiere pazzesco e m’ha lasciato là fuori tutta la notte. Guai a pensare cosa diamine ci trovassi in quelle tendine ricamate a mano, in una vasca perlata come i suoi occhi maledetti. Ma si, ero un rimbambito precoce. Uno di quelli che alla tre del mattino sarebbe sceso di casa per raccogliere una rosa e metterla sul letto perché la trovasse al risveglio, e poi la buttasse giù dal terrazzo, come sempre. Divertente.
Un altro giorno preso a calci.



