Danilo Fatur in tour la nostra intervista

Danilo Fatur in tour: la nostra intervista al concerto dello Scumm a Pescara.

Danilo Fatur, l’Artista del Popolo dei CCCP – Fedeli alla Linea, è attualmente in tour da solista, dopo aver preso parte per circa due anni alla reunion della band emiliana per concerti che sono andati sold out ovunque. Per lui ora il ritorno nei club con un progetto che lo vede sul palco insieme a Giuliano Billi degli Z.U.G. Zona Utopica Garantita di Firenze, progetto musicale al quale Fatur si è unito nel 2019. In questa nuova serie di concerti Danilo Fatur rilegge il suo percorso solista in quello che è un “Electrowavepunkcabaret”: spazio ai suoi brani più importanti, ma anche per un paio di cover dal repertorio dei CCCP. Lo abbiamo incontrato nella data di grande successo allo Scumm di Pescara.   

Negli anni 80 i CCCP hanno cambiato il corso del rock italiano. Che ricordi era di quel periodo?

“Gli anni ‘80 venivano arrivarono da una situazione sociale piuttosto allarmante, quella degli anni’70 con il terrorismo. Negli anni’80, per certi versi, ci fu un riflusso. Certi gruppi, in particolare quelli punk in Italia portò un po’ più avanti quelle polemiche, quel tipo di cultura degli anni’70. Da questo movimento punk più politico vennero fuori i CCCP che, visto che erano di Reggio Emilia, si definivano ‘filo sovietici’. Io ero il barista del Tuwat che era un circolo anarchico di Carpi il cui nome in dialetto berlinese significava ‘darsi una mossa’.

I CCCP  nacquero a Berlino perché Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni si conobbero lì. Loro due si portarono dietro da Berlino a Reggio Emilia quel tipo di suono che c’era in quegli anni lì, a cominciare da quelli dei Kraftwerk, Tangerine Dream e  D.A.F. .  Questi ultimi già in ‘Kebab-Träume’ cantavano questa situazione di incontro con la cultura islamica a Berlino. I CCCP ebbero il pregio di portarla in Italia dandosi un anche un look molto proprio da filo sovietici, quindi ‘fedeli’ perché prima si chiamavano Mitropank, nome che avevano preso dalle stazioni di servizio della DDR, e poi divennero CCCP – Fedeli alla Linea.

I CCCP e i testi in italiano

Questa situazione musicale molto berlinese, molto ‘da muro e proprio da frontiera’ fu portata da loro in Italia, a Reggio Emilia. Negli anni’80 in Italia i Litfiba furono tra i primi gruppi a cantare in italiano, i CCCP preferirono anche loro cantare in italiano con qualche parola che indicava chiaramente l’Unione Sovietica come un obiettivo culturale da inseguire, quindi anche politicamente si vestivano alla russa in quegli anni lì, era una moda che andava a Berlino, un po’ in Europa in genere: tanti punk andavano in giro con le spille dell’Armata Rossa, i cappottoni, i cappelli militari.

I CCCP venivano a ballare al Tuber e vi suonarono quando erano ancora in tre, addirittura con il batterista che aveva la batteria normale e non la drum machine. Avevano un look da partigiano, cioè russo, comunista, da dissidente rispetto al classico punk 77 alla Sex Pistols o alla Clash (anche se pure questi ultimi usavano la stella rossa).  I CCCP furono il gruppo anche esteticamente più ‘fedele alla linea’ di quegli anni lì”.

Due anni fa è arrivata la tanto attesa reunion. Com’è stato ritrovarvi?

“Meraviglioso perché non ci aspettavamo un incontro con il nostro pubblico 33 anni dopo così bello ritrovandoci a esibirci davanti a così tanta gente. La mostra di Reggio Emilia ‘Felicitazioni! CCCP – Fedeli alla Linea 1984-2024” ha dato il la a tutto. I tre concerti all’Astra Kulturhaus di  Berlino ha confermato la reunion dei CCCP: dalla mostra che era un qualcosa di molto estetico e di racconto, quasi a voler rinchiudere in una ‘mostra ferma’ tutta la storia dei CCCP,  ci siamo poi ritrovati a Berlino e abbiamo capito che i CCCP erano tornati veramente, non più solo con la drum machine, ma con una band incredibile dietro (Üstmamò e due bravissimi percussionisti) e con questa abbiamo creato un live da grande estate”.

Come nacque l’appellativo di ‘Artista del Popolo” che poi ti è rimasto nel tempo?

“ ‘Artista del popolo’ perché agli inizi col CCCP ero Josè Lopez Macho Frasquelo, facevo lo striptease ed ero entrato anch’io nella mia parte: ero una sorta di striptease man un po’ spagnoleggiante, poi Giovanni e i CCCP mi convinsero a prendere il mio cognome reale che era Fatur e quindi ho detto ‘Fatur, Artista del Popolo’ che poi stava nell’ideologia del realismo socialista, era cioè un’onorificenza che il partito dava agli artisti. Essere ‘artisti del popolo’ significava rappresentare il popolo”.

Nell’immaginario collettivo sono rimasti anche gli oggetti che portavi sul palco. Che materiali usavi e come li ideavi?

“Ho iniziato con le catene della vacca, siccome ero un macho, uno che ballava, e gli anfibi militari perché la musica dei CCCP era molto militaresca, molto da marcia dell’esercito, poi ho aggiunto le falci, i martelli, le mascherine, la museruola da vitello, cioè diciamo l’artigianato contadino insieme a qualche pezzo industriale tipo il cerchione Fiat, dell’Opel, per creare un immaginario di fabbrica, agricoltura, anche le camicie militari, però sotto ero mezzo nudo, coperto solo da dalle catene.

Ero tipo una persona che era evasa da qualcosa o forse da una prigione. Ho portato molto il tema anarchico dentro il filosovietismo dei CCCP. È chiaro che i pezzi dei CCCP già ti assegnavano una parte. Ad esempio in ‘Curami’, facevi un po’ il malato psichiatrico, vestito magari da un pigiama perché a Reggio Emilia c’era uno dei manicomi più grossi, lo Spallanzani. Quindi la malattia, il dissidente, il malato psichiatrico, il disertore, il filo islamico: io vestivo i panni di questi personaggi, mentre Annarella indossava lo chador e quindi era un contrasto con la donna che era vestita e l’uomo mezzo nudo, insomma, sopravvissuto a chissà che cosa.

Tra i tuoi album solisti c’è uno in particolare che preferisci e perché?

 “Ho fatto tanti dischi da solo, forse il più suonato è ‘Fatur & Fax’, un crossover. Qui inneggio anche a mamma Fiat. È un po’ profetico, perché anche Torino con la fine dell’era industriale ora fa parte di Stellantis però non è più Fiat, quindi una specie di nostalgia per l’industria nazionale, un po’ come era anche nell’Unione Sovietica. ‘Mamma Fiat’ per me è stato uno dei miei pezzi più riusciti. Poi ho innestato nello stesso disco una tematica tipo antiproibizionismo in ‘Berlin Nazipunk’, in cui io dicevo ‘tu sei nazi, io sono freak’.

Negli ultimi anni anche in Germania c’è stato il ritorno dell’estrema destra con Alternative für Deutschland. Poi, soprattutto nelle ex DDR è rinato una sorta di nazionalsocialismo. Quindi io dico in ‘Berlin Nazipunk’ che è molto cabarettistica, ‘tu sei nazi, io sono freak, sono libero, non voglio fare le foto’. Poi è arrivata la roccheggiata di ‘Fatur & Fax’.

Sono tornato in una tematica più elettrowave in ‘L’Amour’ del 1997 con pezzi tipo ‘Aeropolis’, ‘Sex in the car’, ‘Cosmik Punk’. E poi ‘Faturismo’ con ‘Autovelox’, in scaletta in questo nuovo concerto, con l’OlgaDischiVolanti. Nel 2017 ‘Strafatur’ con Cristiano Roversi e i musicisti che collaborano con Massimo Zamboni: ci siamo conosciuti durante il tour dei trent’anni di ‘Ortodossia’. In quell’album ci sono ‘Disco Partizano’, ‘Mao Fa Dong’, ‘Zanzare Kmer’. Anche quello lì è un po’ un andare a ricercare ciò che da giovane mi piaceva, ad esempio i Beastie Boys. Ho sempre avuto un po’ il mito, come avevano fatto i Rolling Stones in ‘Miss you’ e’Some Girls’, di unire la discoteca e il funky con il rock. Mi è sempre piaciuto sperimentare e mischiare la cultura dei club e delle discoteche con il rock e il punk. Questa è la mia caratteristica”

Cosa proporrai durante questa nuova serie di concerti?

“I brani della mia carriera solista con un paio di cover di CCCP (‘Vota Fatur’ e ‘Spara Juri’), ‘Elettrovagina’ che è un pezzo nato in collaborazione con due dj di Rimini, O.D.V. e Data Love, proprio per restare sempre su quell’onda di un altro mio pezzo tra la discoteca e il punk: ho passato la mia gioventù tra le discoteche e i concerti rock”.

Che direzione musicale hanno avuto i tuoi rischi da solista e chi è Fatur oggi come artista?

“Fatur è uno che, dopo la riunione dei CCCP, continua il suo percorso personale nato da ‘Fatur & Fax’ nel 1993 e proseguito fino a un paio d’anni fa con i Z.U.G. Zona Utopica Garantita di Firenze. Tra l’altro con me in questo nuovo tour suona Giuliano Billi, che è proprio il cantante di questo gruppo che abbiamo fondato insieme. Continuo nell’underground a cercare di proseguire una mia carriera solista assieme a musicisti che in quel preciso momento mi sembrano i più vogliosi di lavorare con me o più adatti”.

A tuo giudizio c’è possibilità di in futuro di vedere ancora insieme i CCCP o addirittura incidere nuova musica?

“Non lo so, bisognerebbe chiederlo a Giovanni e Massimo: loro sono stati gli inventori, i due che hanno creato la cosa, poi io e Annarella ci siamo aggiunti un paio d’anni dopo. Penso non possa succedere nel 2026 perché sono impegnati con i CSI. Non escludo mai niente: come ha detto Giovanni, anche nell’ultime interviste che ho visto,  ‘Siamo qui a riproporre i CSI prima di morire’, quindi superati i 60 (e io ne ho 65) l’orizzonte di vita si va un po’ delimitando.

Non perché io abbia voglia di morire, però intendo che bisogna tener conto dell’età. Già uscire dopo la riunione con un tour e aver trovato in Luca Zanotti  di Musiche Metropolitane un promoter che crede in questo mio nuovo tour è molto, perché non è facile. Tornare nei piccoli club dopo una marea di folla che ha seguito la riunione dei CCCP fa bene perché ti ritrovi come artista in una dimensione che è forse quella più reale adesso per me”.

Progetti futuri di Danilo Fatur?

“Fare un po’ di concerti di questo ‘Fatur Tour’ e vedere magari qualche disco nuovo: ho dei quaderni pieni di testi. Qui a Pescara avete visto un concerto, una situazione un po’ più nuova con delle basi e Giuliano che suona. Abbiamo aggiunto la chitarra per dare un po’ più di grinta alla cosa. Spero che piaccia e quindi vi invito tutti al ‘Fatur Tour’! Diciamo il messaggio più politico di quest’ultimo tour è ‘No ai droni, sì ai gufi!’. ‘UfoGufo’ è forse il pezzo più rappresentativo, l’ultimo che è nato. Bisogna essere contro la guerra, quindi né con Putin né con Zelensky, anzi un augurio è di mandarli tutti e due al diavolo.

Alla base del punk c’è sempre un antimilitarismo di fondo, anche se i CCCP inneggiavano all’Armata Rossa o dicendo ‘Spara Juri Spara’…. erano altri tempi, altri luoghi. Il nuovo governo italiano sta portando la gente verso una mentalità, come dire ‘ma sì, ci armiamo anche noi. Entriamo in questa logica di guerra’, e non va bene. E’ meglio che guardino alle sfighe, che mandino l’esercito giù in Sicilia, visto che c’è una mega frana. Il popolo non è che ha tempo di aspettare e vedere gente che parte con il kalashnikov e va a combattere. Ce n’è di sfiga qua in Italia da controllare! Non c’è bisogno che noi andiamo a far la guerra, poi contro chi? Dunque ‘No ai droni, sì ai gufi!’ ”.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

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