Il romanzo intreccia paesaggi senesi, fragilità, incontri imprevisti e la costante presenza di Dante. Leonelli restituisce dignità al dolore e alla vulnerabilità, mostrando come il viaggio liberi dal superfluo. L’intervista svela l’importanza della lentezza, dell’ascolto e del coraggio di affrontare i propri limiti senza vittimismo.

“Divina Francigena” si inserisce nel filone della narrativa di viaggio, ma se ne distanzia per profondità emotiva. Come definirebbe il genere letterario del suo romanzo?

In effetti potrebbe appartenere alla narrativa di viaggio, tuttavia è una definizione un po’ generica che non prende in considerazione I cambiamenti personali dei due protagonisti. In certi momenti è un genere intimista, potrei azzardare di formazione nonostante l’età adulta di Francesco e Mariano.

Il libro attraversa temi come amicizia, malattia, abbandono e rinascita. Quale di questi ha richiesto maggiore delicatezza durante la scrittura?

Sicuramente il tema della malattia. Non volevo fare leva su questo argomento per catturare l’attenzione di qualcuno.

Il cammino permette ai personaggi di spogliarsi, passo dopo passo, delle proprie difese. Quanto è autobiografico questo rapporto tra movimento e rivelazione?

È del tutto autobiografico, almeno per quanto riguarda le esperienze da me vissute. Passo dopo passo si abbandona la corazza che abbiamo indossato per proteggerci dagli eventi della vita. Si entra nell’accettazione di quello che ci viene offerto, forse con più fiducia rispetto al passato.

La malattia di Francesco viene svelata con pudore e verità. In che modo il romanzo cerca di restituire dignità alla vulnerabilità?

Quasi tutti abbiamo punti deboli. Possono essere legati a una malattia, a perdite dolorose, a frustrazioni per non aver realizzato qualche obiettivo o altre casistiche. Riconoscere e accettare situazioni di questo tipo credo che possa aiutarci a viverle con dignità, senza entrare nella dimensione del conflitto. Siamo mortali anche se a volte lo dimentichiamo, quindi la vulnerabilità verso le malattie è parte stessa del nostro percorso di vita.

Nel percorso compaiono incontri inattesi che cambiano la direzione emotiva dei protagonisti. Crede che le relazioni nate nei cammini siano più autentiche?

Sì. Spesso in cammino ci si spoglia di pregiudizi, atteggiamenti costruiti nel corso degli anni. Ci presentiamo per quello che siamo. Anche le differenze vengono azzerate, siamo tutti sullo stesso piano o quasi. Tutti con gli stessi abiti, quelli del viandante, un element che permette di relazionarci senza etichette e senza differenze. In cammino siamo tutti un po’ più uguali.

Quali ambizioni sente di voler coltivare oggi come autore, dopo questo libro?

Prendo quello che viene. Ognuno di noi ha l’ambizione di arrivare al successo, per quanto mi riguarda non lo cerco, sono già soddisfatto per quello che ho ricevuto, per le persone che ho incontrato grazie alle presentazioni e per il tempo che ho potuto dedicare alla scrittura, di certo il momento più bello per chi cammina con le parole.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.