Scrivere senza pensare alla pubblicazione, condividere solo con una sorella e un’amica, inviare il manoscritto quasi per gioco: così Erika Mileto racconta la nascita di “Perdona Margaret”. Un libro che, contro ogni previsione, ha trovato spazio nel mondo editoriale, diventando testimonianza di passione e autenticità.

La villa al centro della vicenda diventa quasi un personaggio: che significato simbolico ha per lei questo luogo sospeso tra passato e presente?

La villa del mio romanzo me la sono immaginata perfettamente da subito: era come una foto nella mia mente. Come fosse una casa già vissuta da me stessa, insomma. Una casa piena di storia, come una casa vissuta pienamente, anche se densa di sentimenti forti e non sempre positivi.

Nella storia si percepisce una forte attenzione ai dettagli psicologici. Quanto la sua formazione scientifica ha inciso nella costruzione di personaggi così complessi?

Quando ho scritto il mio romanzo avevo da poco iniziato il mio percorso universitario scientifico quindi, devo onestamente ammettere che non ha influito minimamente la mia formazione scientifica. Ma sono da sempre attenta ai risvolti psicologici delle persone che mi circondano, ai perché dei loro comportamenti. Quindi forse è più un lato del mio carattere questa attenzione verso I personaggi.

Il romanzo intreccia amore e morte in modo drammatico. Crede che queste due forze siano ancora oggi i motori principali della narrativa?

Amore e morte sono da sempre le basi di quasi tutti I racconti, le poesie, i romanzi. Sono il fulcro della nostra vita, penso. Due aspetti inspiegabili, insondabili, misteriosi che condizionano la vita di tutta l’umanità. Nel bene e nel male.

Ha mai pensato che questa trama potesse trasformarsi in un film o in una serie TV?

Mentre scrivevo il mio libro nella mia fantasia già lo vedevo trasformato in scene di un film thriller, sinceramente! Avevo in mente già la fisionomia degli attori, addirittura! Non per forza di attori famosi, tra l’altro, ma si.

Qual è stata la parte della scrittura più difficile: creare l’intreccio narrativo o dare profondità interiore ai protagonisti?

Il bello del mio scrivere è che, al tempo, mi è venuto tutto spontaneo e senza sforzi. Avevo già chiara la storia man mano che la scrivevo; l’unica cosa che mi lasciava perplessa era il finale: non volevo scrivere una cosa scontata o troppo negativa. Sono stata combattuta solo su quello, in verità.

Che consiglio darebbe a chi sogna di scrivere un romanzo ma non trova il coraggio di iniziare?

Quando mi sono messa a scrivere non avevo proprio idea di poter un giorno pubblicare il mio libro. Era una cosa che scrivevo per me e per pochissime persone: mia sorella ed una amica. Nessun’altro ha mai saputo di questa mia avventura. Solo lo scorso anno, più che altro per curiosità, ho provato ad inviare tutto ad una casa editrice per vedere se poteva interessare. Ad una loro risposta positiva sono rimasta sinceramente sbalordita: non lo avrei mai detto! Questo per far capire che è stato tutto un viaggio sconosciuto e per niente programmato questo mio! Quindi se è successo a me, chiunque con tanta fantasia e amore per la scrittura, può provarci! Tentare non nuoce: al massimo è un no. Ma quanti ne prendiamo nella vita?!

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Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.