Con “Fili di lacrime” Jey compie un passo coraggioso nella sua carriera, trasformando il dolore in un linguaggio universale. Nelle sue parole e nella sua voce convivono fragilità e forza, ombre e bagliori, in un viaggio sonoro che parla di identità, libertà ed emozioni autentiche.

Hai parlato del tuo progetto come di un diario segreto in musica. Ti è difficile mostrarti vulnerabile attraverso l’arte o lo trovi liberatorio?
Per me è entrambe le cose. Mostrarmi vulnerabile significa rivivere certe ferite, e questo a volte è doloroso. Ma è anche profondamente liberatorio, perché la musica diventa uno spazio dove posso dire tutto senza filtri. Quando canto la mia fragilità, non la vedo più come un peso, ma come un ponte che mi avvicina a chi ascolta.
Nel testo troviamo immagini evocative come “Petali di rose nel centro del Cerchio”. Quanto è importante per te la forza del simbolismo poetico?
Il simbolismo per me è fondamentale. Amo usare immagini che lascino spazio all’interpretazione, che non raccontino tutto in modo diretto, ma che invitino l’ascoltatore a cercare il proprio significato. “Nel centro del cerchio petali di rose” è un’immagine di bellezza e fragilità, ma anche di equilibrio e ritualità. Il simbolismo mi permette di parlare di emozioni profonde senza incatenarle a un solo significato.
Nel percorso di creazione di “Fili di Lacrime”, qual è stata la sfida più grande a livello emotivo e artistico?
La sfida più grande è stata trovare il coraggio di restare essenziale. Non riempire di suoni per “coprire” la mia voce o le mie parole, ma lasciare che si sentisse ogni respiro, ogni pausa, anche il “tremolio vocale”. A livello emotivo, è stato difficile accettare che mi stavo esponendo completamente, senza protezioni. Ma è proprio lì che il brano ha trovato la sua verità.
Come stai costruendo la tua identità artistica, e quanto il pubblico influisce sul modo in cui la plasmi?
La sto costruendo restando fedele a ciò che sento, anche se a volte questo significa andare controcorrente. Non voglio adattarmi per piacere: preferisco rischiare e restare autentica. Certo, il pubblico è importante, ma più che cambiare la mia direzione, mi ricorda perché faccio musica. Quando qualcuno mi scrive che un mio brano lo ha fatto sentire compreso, so che sto andando nella direzione giusta.
C’è un messaggio sociale che vuoi trasmettere con la tua musica? Se sì, quale?
Sì: che la diversità è un valore, che non dobbiamo avere paura di unire mondi diversi. Nella mia musica c’è spazio per tutti, e credo che questa apertura possa ispirare le persone ad accogliere anche le proprie contraddizioni.
In che modo la tua esperienza nei cori lirici e nei teatri italiani ha arricchito la tua visione artistica attuale?
Mi ha insegnato la disciplina, il rispetto per la musica e per il lavoro di squadra. Ma mi ha anche mostrato i limiti di un mondo a volte troppo rigido. Oggi porto con me la tecnica e la cura che ho imparato in quegli anni e le uso per dare forza alla mia persona, alla mia vita e alla mia musica.


