Una notte d’ottobre, una relazione al capolinea e una voce che non cerca compromessi. In “Baby”, Oissela mette a nudo il suo dolore con lucidità e stile, fondendo pop e urban in un racconto viscerale. Un’intervista che esplora identità, rabbia, metrica e la forza del dire tutto.

“Baby” è un brano che nasce da un momento emotivamente forte. Quanto tempo è passato tra quello sfogo e la sua forma definitiva?
Ciao ragazzi, era ora che parlassimo del mio nuovo singolo, no? Grazie per l’invito, sempre bello far finta di essere umili.
Lo sfogo? Altroché passato. Sto ancora scaricando tensione su beat come se fosse terapia gratuita…
E preparatevi, perché quello che arriva dopo non è musica: è un avvertimento con la base sotto.
Hai raccontato di aver scritto la canzone in una sera piovosa. Quanto influisce l’ambiente sul tuo processo creativo?
Allora, guarda… l’ambiente, il posto, ma soprattutto il mood che ti trasmette un determinato luogo sono una fonte d’ispirazione enorme — molto più di quanto si pensi.
A me, per esempio, piace scrivere quando sono al mare: l’aria, il suono, il vuoto intorno… ti fanno viaggiare.
Poi ovviamente dipende sempre da cosa voglio raccontare e che messaggio voglio lasciare. Ogni posto ha una vibrazione diversa, e io cerco solo di tradurla in musica.
Il brano parla di una relazione tossica, ma anche di un attaccamento viscerale. Hai avuto paura a mettere a nudo emozioni così crude?
Ti dico la verità: assolutamente sì.
Parlo di emozioni vere, cose che ho vissuto sulla mia pelle e che mi porterò dietro per tutta la vita.
Sai com’è… per me non è mai facile parlare di me stesso — non ci sono abituato. Sono uno molto riservato quando si tratta di emozioni.
Per il resto? Un disastro totale… ma almeno quello lo gestisco con stile.
La produzione americana dà al pezzo un respiro internazionale. Come sei arrivato a lavorare con un producer statunitense?
Guarda, sono in contatto con tanti artisti da tutto il mondo, ed è sempre un arricchimento…
Ma questa volta voglio ringraziare in particolare Cold Melody — che saluto — perché ha fatto qualcosa di speciale.
Mi ha cucito il beat addosso come un sarto dell’anima, e dentro quelle note ha lasciato le sue emozioni, tasto dopo tasto. Una vera collaborazione d’intesa, non servivano nemmeno le parole.
La tua scrittura è diretta ma anche ricercata nella metrica. Ti viene naturale o è frutto di studio costante?
È sicuramente il risultato di uno studio costante, di una ricerca attenta delle parole e del loro significato. Scrivo ogni giorno, e per me è diventata quasi un’ossessione.
Anche in passato ho scritto per altri colleghi, perché mi piace davvero — è una passione che coltivo fin dall’inizio.
È qualcosa di indescrivibile, ma allo stesso tempo molto vulnerabile, perché con le parole si può fare davvero tanto: sia del bene, ma soprattutto del male.
Dove ti immagini tra cinque anni, artisticamente e umanamente?
Tra cinque anni? Mi vedo con un bagaglio pieno di gavetta, esperienze vere e cicatrici che parlano per me. Alle spalle la fame, davanti solo palchi da conquistare. Sarò in giro per il mondo, a far tremare ogni stage che provo a calpestare — perché dove metto piede, o brilla o brucia.


