Dopo anni di evoluzione sonora e tour infuocati, Il Diavolo & l’Acqua Santa torna a colpire con “Veronica”. Un brano che scava nella vulnerabilità umana e la trasforma in pop-rock viscerale. L’intervista ci porta dietro le quinte di questa rinascita musicale, tra emozioni crude e nuove ambizioni.

Il brano “Veronica” è nato da una lunga elaborazione o da un lampo di genio?
In realtà da entrambe le cose. Il testo ha seguito un percorso lungo, nato da riflessioni profonde e da un lavoro interiore che si è sedimentato nel tempo. Ma la musica è arrivata quasi di getto, come se fosse già pronta ad uscire. “Veronica” è il risultato di un’urgenza emotiva che ci ha spinti a scrivere, ma anche della pazienza necessaria per trovare le parole giuste.
Veronica è solo una persona? Cosa c’è dietro a questo nome?
Veronica non è una persona. Rappresenta quei pensieri che ti giudicano, che ti mettono sotto pressione, che ti fanno sentire inadeguato. Veronica è l’inquisitore interiore, la voce che ti mette in discussione anche quando non ce n’è motivo. Ma nel tempo quel nome ha assunto sfumature diverse: è diventato anche memoria, dolcezza, desiderio di comprensione. Veronica è l’eco di un conflitto, ma anche la voglia di fare pace con sé stessi.
Qual è il legame profondo che vi unisce?
Una parte di noi si conosce da una vita, l’altra si è trovata lungo il cammino. Il nostro legame nasce dalla musica, ma si è rafforzato vivendo esperienze forti, anche fuori dal palco. È un’alleanza istintiva, fatta di fiducia e ascolto. A volte basta uno sguardo per capirci. Forse è proprio questo che ci tiene insieme: il bisogno di raccontarci i nostri lati oscuri, le nostre debolezze. Oggi siamo una famiglia.
Attendete con ansia le performance dal vivo? Quali emozioni suscitano in voi?
A dire il vero, non sempre. Dopo oltre mille concerti alle spalle, a volte è difficile ritrovare quella tensione iniziale. Ci sono serate in cui saliamo sul palco per mestiere, e va bene così. Ma quando c’è qualcosa di nuovo — un progetto inedito, una canzone appena nata — cambia tutto. Torna l’ansia buona, quella della curiosità, ma anche quella meno buona: quella da risultato, dal timore di non arrivare. Il nostro show è molto fisico, pieno di energia e di brani che tutti conoscono. Ma le nostre composizioni sono più intime, e portarle dal vivo è sempre una piccola sfida. In quei momenti ci sentiamo esposti, vulnerabili, e forse proprio per questo più vivi.


