La redazione di VentoNuovo è lieta di intervistare Marco Di Stefano, fondatore e regista della compagnia “La Confraternita del Chianti”, che nel corso del tempo ha visto i propri lavori andare in scena – oltre che in Italia – in Bulgaria, Cina, Corea del Sud, Croazia, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Regno Unito, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Svizzera.
In quest’intervista ci spiega la sua poetica registica, il modo in cui ha declinato la storia che si cela dietro lo spettacolo “Leviatano” – il cui testo è scritto da Riccardo Tabilio – la collaborazione con la compagnia “Carmentalia” e gli interrogativi di cui è pregno il suo teatro, atto a smuovere le coscienze e gli animi degli spettatori.
Partiamo dal principio, quando ha iniziato a fare teatro e qual è stato il suo percorso?
“Mi sono avvicinato al teatro quando frequentavo la scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, dove mi sono diplomato in drammaturgia nel 2005. Oggi sono sia autore che regista. Nel caso di Leviatano sono solo il regista, dal momento che il testo è di Riccardo Tabilio.
Nel 2013 ho fondato, insieme a Chiara Boscaro, la compagnia teatrale La Confraternita del Chianti che si occupa principalmente di drammaturgia contemporanea e che opera sia in Italia che nel resto d’Europa, promuovendo diversi progetti.”
Quali sono i suoi punti di riferimento dal punto di vista registico?
“Io amo molto il teatro tedesco per la sua concezione del teatro come mezzo di condivisione sociale e politica, aperto a temi che riguardano sia l’umano sia l’aspetto politico.”
“Leviatano” è tratto da un fatto di cronaca e coinvolge direttamente gli spettatori: come mai ha scelto di dedicarsi a questo testo e com’è nata la realizzazione dello spettacolo?
“Il testo ha vinto il bando di drammaturgia NdN 2020- 2021. Dopo una prima selezione di cinque autori, solo uno di loro ha avuto la possibilità di vedere il proprio testo prodotto. In questo caso, la prima parte del bando è stata vinta da Riccardo Tabilio che è l’autore di Leviatano. Dopodiché, nel successivo bando di produzione si invitano compagnie e registi a presentare un progetto di messa in scena. Io conoscevo già Riccardo Tabilio, dal momento che ha studiato alla scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi e, leggendo il suo testo, sono stato subito colpito dalla capacità di partire dalla storia di una persona – considerata da tutti l’ultimo degli stupidi, sulla quale sarebbe anche facile scherzare e assolvere noi stessi – per poi evolversi in una serie di domande sulla nostra condizione umana. Tra l’altro, io penso che il teatro non debba assolvere lo spettatore, ma debba interrogarlo e, infatti, mi è sembrato che il testo si sposasse bene con la mia poetica. Successivamente è nato anche l’incontro con i ragazzi della compagnia Carmentalia, che hanno letto il testo e hanno voluto confrontarsi con queste tematiche. Alla fine abbiamo deciso di presentare insieme il progetto di produzione per questo bando, lo abbiamo vinto e lo spettacolo è stato prodotto dai vari partner di NdN.”
Da dove deriva la scelta registica di introdurre canzoni rock e unire, dunque, recitazione e musica?
“Tabilio ha introdotto alcune suggestioni musicali di scrittura all’interno del suo testo, ispirate alla musica che lui ascoltava nel periodo di stesura dell’opera. L’aspetto musicale di sottofondo mi ha colpito sin da subito: la vicenda è ambientata nella metà degli anni Novanta, gli anni dell’adolescenza di tutte le persone che compongono lo spettacolo. Nell’adolescenza, in particolare, la formazione musicale è preponderante nel momento in cui ognuno di noi inizia a compiere delle scelte in relazione alla musica che si ascolta e, da qui, è nata l’idea di unire la musica – eseguita dal vivo – e di elaborare una track list di musica anglofona, in modo da riuscire a raccontare la storia e l’essenza degli individui che la portano in scena. Nello spettacolo, infatti, è garantito ampio spazio all’individualità delle persone che hanno lavorato allo spettacolo. Penso che la forma concerto abbia potuto restituire al meglio quel tipo di testo che Tabilio ha elaborato, cioè un testo che io definisco brechtiano e che unisce teatro epico e musica.
Inoltre, un’altra particolarità introdotta dall’autore risiede nella scena iniziale, che vede il regista e gli attori presentarsi con il loro vero nome.”
In quale misura è presente il suo apporto personale al testo di partenza? Alla luce di questa sua esperienza teatrale, quanta libertà è necessario che un regista conceda agli attori affinché si esprimano al meglio?
“Ci tengo a precisare che lo spettacolo è molto rispettoso del testo di partenza. Io stesso, nella mia carriera teatrale, sono anche autore, dunque rimango rispettoso delle intenzioni di quest’ultimo. I cambiamenti al testo riguardano le relazioni che ci sono tra gli attori nella loro vita reale e le loro storie. La prima parte delle prove dello spettacolo è stata dedicata a un “laboratorio” interno – coordinato da Chiara Boscaro che ha fatto da dramaturg allo spettacolo – dove abbiamo chiesto agli autori di raccontarci storie personali utili per la realizzazione dello spettacolo. Sicuramente il momento più divertente è stato quando abbiamo chiesto loro di raccontarci la cosa più stupida che avessero mai fatto. Dunque, c’è tanto di noi dal punto di vista personale ma sempre nel rispetto del lavoro di Riccardo Tabilio, con il quale ci siamo confrontati e abbiamo concordato tutti gli inserti personali che abbiamo aggiunto nello spettacolo.”
Dati gli spunti di riflessione di questa messa in scena, il teatro, secondo lei, può essere uno strumento di educazione sociale?
“Dipende cosa si intende per educazione: io non credo che il teatro debba dare risposte allo spettatore per educarlo. Credo invece che il teatro debba porre le domande, domande che ci spingano a interrogare noi stessi e a capire meglio la nostra vita quotidiana e il mondo che ci circonda”.


(foto di Giuseppe Distefano)