
Dieci tracce, almeno cinque mondi sonori diversi: dirty swing, smooth jazz, folk, blues arcaico, bluegrass, pop, indie rock. “BaronBlanc” di BaronNoir è un disco che non si pone limiti di genere, e questo è al tempo stesso il suo punto di forza più evidente e il suo rischio più grande. La domanda che ci si pone ascoltando l’album per intero è se tanta varietà serva davvero il disco o se, in alcuni punti, lo disperda. Brani come “Fantasmi” e “7 coniglio” hanno un’identità fortissima e riconoscibile; altri, come “Mezzodi”, sembrano quasi un esperimento a parte rispetto al resto, con la sua componente più visionaria che fatica a dialogare con l’architettura generale del progetto. Non è un giudizio negativo in assoluto, ma è una scelta che divide chi ascolta tra chi la trova affascinante e chi la trova dispersiva. Quello che resta indiscutibile è la qualità esecutiva: ogni traccia, presa singolarmente, mostra un livello di cura arrangiativa molto alto, e la voce di BaronNoir si muove con naturalezza tra registri molto diversi, senza mai risultare studiata o forzata. Un disco che o si ama nella sua interezza eclettica, o si preferisce ascoltare a episodi separati. Entrambe le strade portano a qualcosa di valido.


