di Luca Marrone

Trieste. Alla luce delle “risultanze dichiarative e documentali” emerse dall’attività investigativa della Procura di Trieste, i difensori di Sebastiano Visintin si oppongono alla richiesta di archiviazione per la morte della moglie Liliana Resinovich, rubricata come suicidio.

Liliana è scomparsa la mattina del 14 dicembre 2021 ed è stata rinvenuta senza vita il 5 gennaio 2022, in un boschetto nei pressi dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. Il corpo era inserito in un sacco di plastica, con la gola serrata da due buste. Lo scorso 21 febbraio, dopo oltre un anno di indagini, la Procura è pervenuta alla conclusione che la morte sia appunto riconducibile a suicidio. Una tesi che non ha convinto né il marito di Liliana, né il fratello Stefano Resinovich, né il presunto amante della donna, l’82enne Claudio Sterpin.

“Pur approfondito il tema degli accertamenti scientifici impressi dalla Procura in ordine sia all’esame autoptico – per quell’evidente discrasia tra i dati circostanziali dell’evento e quelli di carattere anatomopatologico – che dei luoghi, siccome dei materiali rinvenuti sulla scena del crimine, preso atto altresì della perizia psicologica esperita dai consulenti di parte, considerato come rimanga tutt’ora irrisolto il come e il quando sia avvenuto il decesso di Liliana Resinovich, nella duplice, ancorché antitetica, direzione del suicidio – finanche nelle forme istigate – ovvero, della morte per mano altrui”, i difensori di Visintin, gli avvocati Alice e Paolo Bevilacqua, si rivolgono al Gip chiamato a decidere sulla richiesta avanzata dalla Procura. E auspicano, in particolare, che un approfondimento dell’esame autoptico, insieme a una rigorosa e lucida analisi investigativa di tutti gli elementi di prova acquisiti “possa risolvere ogni dubbio che l’esito del procedimento, fin qui, lascia aperto.”

Si stanno muovendo in questo senso anche i legali della famiglia di Liliana. Il fratello Sergio, con il sostegno dell’associazione Penelope, ha chiesto una consulenza ai medici legali Vittorio Fineschi e Stefano D’Errico, oltre che al criminalista Nicola Caprioli. Probabile una istanza per procedere alla riesumazione del corpo.

Nel corso dell’ultima puntata di Chi l’ha visto?, sono state esposte alcune delle ragioni che inducono gli esperti a nutrire riserve in merito alla richiesta di archiviazione. In primis, un elemento cui finora non si era fatto cenno: oltre a quello presente sul cordino che si suppone utilizzato per chiudere i sacchetti di plastica attorno alla testa della donna, è stato recuperato del Dna maschile sugli slip di Liliana, sia nella zona vaginale che sull’elastico destro in zona inguinale. Sul cordino è stata inoltre riscontrata una traccia ematica idonea a sollevare ulteriori dubbi. Sotto le unghie di pollice e anulare della mano destra della donna, poi, vi sarebbero tracce di almeno due persone.

Fineschi e D’Errico sono quasi giunti al termine del loro elaborato. “Abbiamo trovato plurime lesività, che vengono all’inizio descritte, e che poi inspiegabilmente non ritroviamo più nella discussione e anche nella descrizione autoptica”, ha dichiarato Fineschi in trasmissione.

Le menzionate lesività sono costituite da tumefazioni al volto, da un ematoma sul lato sinistro della testa nella zona temporale sopra l’orecchio e da alcune escoriazioni presenti sul dorso della mano destra. Fineschi ha precisato che, di solito, le escoriazioni sono ascrivibili a “graffiature o afferramenti”, evidenziando che “l’ipotesi che la signora sia caduta [secondo l’interpretazione prospettata in sede di richiesta di archiviazione, ndr] è un’ipotesi che si basa sul nulla, perché non abbiamo dati di altra parte anatomica interessata da questa caduta.” Tra l’altro, in genere, chi cade è istintivamente portato a proteggersi con il palmo della mano, non con il dorso.

Lo specialista concorda con la valutazione di chi attribuisce ad asfissia il decesso della Resinovich. Ma considera che la letteratura specialistica, nel riferirsi a casi di suicidio per soffocamento in condizioni simili a quelle in cui Liliana ha trovato la morte, riporta il dato della contestuale assunzione di sostanze idonee a favorire la perdita di coscienza ed a ridurre l’istinto di autoconservazione. Elemento assente nel caso di specie.

Ulteriore aspetto dibattuto: la datazione della morte. A detta di Fineschi, la richiesta di archiviazione contiene, in proposito, errori ricostruttivi: secondo la documentazione disponibile, Liliana risulterebbe deceduta fino a sessantaquattro ore prima, ma esattamente rispetto a quando? Al rinvenimento, all’esame esterno, all’autopsia, alla tac? Gli esami sui resti mortali della donna si sono tenuti dal 6 al 10 gennaio e precisarlo sarebbe stato indispensabile. La richiamata documentazione, inoltre, non indica la temperatura del cadavere e parla di corpo rigido al ritrovamento, tranne che per una zona in corrispondenza della rachide cervicale, dettagli che l’esperto definisce “dati soggettivi”.

Tra le varie possibili, Fineschi fa riferimento all’ipotesi che il corpo sia stato conservato a basse temperature. Mano e piede sinistri risultavano bagnati con iniziale insorgenza di quel fenomeno trasformativo post mortem definito macerazione, riscontrabile nei casi in cui il corpo viene lasciato in acqua o in luoghi in pari tempo umidi e acquosi, quali grotte, foibe (presenti in gran numero sul Carso), ghiacciaie o pozzi. Conclude Fineschi: “Al momento è tutto da scrivere questo caso. Sulla data della morte e le modalità è ancora tutto da verificare.”