di Luca Marrone
Siamo a Los Angeles. La prima volta in cui il detective privato Philip Marlowe lo incontra, Terry Lennox è ubriaco fradicio su una Rolls-Royce Silver Wraith e viene abbandonato per la strada da una donna bellissima e appariscente. Marlowe si prende cura di lui. È l’esordio de Il lungo addio, il sesto romanzo di Raymond Chandler, pubblicato nel 1953 e recentemente riproposto da Adelphi con la traduzione di Gianni Pannofino.
Nasce, tra i due, un’amicizia “alcoolica”, Lennox confida a Marlowe che la donna con cui lo ha visto è l’ex moglie Sylvia, la viziosa figlia del ricchissimo e potente Harlan Potter, che infliggeva continue umiliazioni al marito. Tempo dopo, Terry ricompare nell’ufficio di Marlowe, ben vestito e pieno di soldi: si è risposato con Sylvia, seppur con scarsa convinzione. Trascorre altro tempo, e l’uomo torna a far visita all’investigatore: gli chiede aiuto, questa volta, qualcuno ha ucciso la moglie e lui ha bisogno di fuggire dallo Stato.
Interrogato dalla polizia sul delitto e sulla fuga dell’amico, Marlowe si rifiuta di rispondere e trascorre un breve periodo in carcere. Appena uscito, apprende che il caso è stato chiuso: Terry Lennox si sarebbe suicidato in Messico, lasciando una confessione dell’omicidio della moglie.
In seguito, un editore affida a Marlowe un incarico singolare: deve stabilirsi nella dimora dello scrittore Roger Wade che, divenuto alcolista, non riesce a portare a termine il romanzo cui sta lavorando. Incarico del detective sarà appunto di fare in modo che l’opera venga terminata e di proteggere la moglie di Wade, Eileen, dalle vessazioni che il marito le infligge quando è ubriaco.
Nell’espletamento del nuovo incarico, Marlowe continua a imbattersi in fatti e persone riconducibili al caso Lennox, in una vicenda che diviene progressivamente sempre più intricata, fino al sorprendente e amarissimo finale, che riguarderà appunto anche la sorte del suo amico.
Qualcuno ha scritto che Il lungo addio non è forse il “Capolavoro”, ma che rappresenta comunque un grande esempio di romanzo noir, denso di suggestioni, nei contenuti e nello stile, di cui ormai la letteratura non sembra più capace. Uno sguardo sincero, diretto, crudo sulla realtà, in questo caso su un ambiente ricco e decadente, che vive di apparenza ed è corrotto dalla vacuità, per non dire delle attitudini criminali di chi vi si aggira.
Ma il romanzo non è solo l’accurata descrizione di un contesto, del suo squallore e dei crimini che vi si consumano. “Sulla strada dei criminali”, scrive Chandler, “deve camminare un uomo che non è un criminale”: questo rappresenta il suo Philip Marlowe, in tutti le opere di cui è protagonista e anche qui, secondo cifre singolari e mai prima tentate dall’Autore. Ciò che colpisce, nel Lungo addio, è infatti la capacità di trasmettere la profonda, dolente umanità di Marlowe, la sua attitudine a incarnare quel “principio di redenzione” (sempre parole di Chandler) nel contrapporsi appunto a un contesto e a dei personaggi che, di umanità, risultano desolatamente e irreversibilmente incapaci.
Quell’umanità – “salvifica”, ma pervasa di dolorosa amarezza – con cui il detective vive i rapporti interpersonali, dall’amicizia con Terry all’amore per quella Linda Loring con cui lo troveremo sposato all’inizio di Poodle Spring Story, l’ottavo romanzo, incompiuto, dedicato alle sue gesta. Quell’umanità che, già presente nelle opere precedenti pur se celata nei modi da “duro” che caratterizzano il detective, in questa deflagra, lasciando in ombra una trama pure, si è detto, ricca di sviluppi e di motivi. “Sapevo che il personaggio di Marlowe era cambiato, e pensavo che dovesse cambiare, perché, dopo tanto tempo, cinismo e sarcasmo non potevano che apparire una posa”, scrisse Chandler a proposito del Lungo addio. “Ma non mi ero reso conto che fosse diventato una specie di Cristo, sentimentale per di più, tanto sentimentale da essere costretto a ironizzare sulle proprie emozioni.” E, nella lettera indirizzata a un suo corrispondente, aggiunse in merito: “Non mi importa che Marlowe risulti un sentimentale, in fondo lo è sempre stato. La sua durezza è stata più o meno un bluff…”.
La carica emotiva del Lungo addio è stata attribuita all’età dello scrittore e al fatto che, all’epoca della stesura del romanzo, sua moglie era affetta da quella malattia che l’avrebbe condotta alla morte. In ogni caso, oltre allo stile, all’irripetibile “voce” di Chandler, è proprio il sentimento – non il sentimentalismo – che pervade quest’opera, a elevarla al rango di Letteratura, al di là delle caratterizzazioni di genere.
