Di Marco MONTINI

Lo sciame sismico che ha colpito da 24 agosto il Centro Italia – causando morti, feriti e danni – ha riacceso i fari mediatici sulla “delicatezza” del nostro territorio e sul quanto (non) fatto dalle istituzioni per la difesa del suolo e la prevenzione. Prevenzione che spesso è sinonimo di sicurezza e salvezza delle popolazioni. Concetto che nel nostro Paese ancora risulta in secondo piano rispetto all’emergenza, al post tragedia. In questo contesto come sta messa la nostra regione, il Lazio? Ebbene 372 comuni, ovvero il 98% del totale, presenta almeno un’area in cui è elevata la probabilità che si verifichi un’alluvione o una frana. Le aree in dissesto idraulico o geomorfologico interessano una superficie pari a circa 1.309 kmq che costituisce il 7,6% della superficie regionale. Le frane più pericolose occupano il 5% del territorio. Mentre, più di 350mila persone vivono in aree potenzialmente a rischio di frana o alluvione. Numeri testati sul campo e snocciolati in tempi non sospetti dall’Ordine dei Geologi del Lazio, guidato dal presidente Roberto Troncarelli. Il territorio regionale, inoltre, per la sua conformazione morfologica, si presta a varie tipologie di dissesto idrogeologico: dalle frane di scorrimento e/o colamento che si verificano prevalentemente nei flysch miocenici e nei depositi argillosi e sabbiosi pliopleistocenici, alle frane di crollo nei carbonati, nel vulcanico e nei conglomerati, alle alluvioni nei fondovalle. In questo quadro territoriale, dunque, la riduzione del rischio idrogeologico può e deve realizzarsi con interventi strutturali e non. I primi faticano a concretizzarsi per la mancanza di finanziamenti, per la carenza di personale tecnico all’interno degli enti attuatori degli interventi, che spesso sono piccoli comuni. O perché la progettazione richiede tempi lunghi poiché occorre una approfondita conoscenza del fenomeno per definire la tipologia pi adeguata di opera. Mettici poi i soliti problemi burocratici, dovuti alla complessità dell’iter procedurale tecnico-amministrativo, rispetto all’urgenza richiesta dal tipo di intervento, o gli eventi meteorici di particolare intensità che aggravano o modificano la situazione prima che sia realizzato l’intervento o in corso d’opera, rendendo necessaria a volte la completa revisione di quanto progettato o realizzato. La riduzione del rischio si persegue anche attraverso interventi non strutturali che richiedono risorse economiche molto più contenute: norme per l’uso del suolo, delocalizzazione insediamenti, monitoraggio dei fenomeni, sistemi di preavviso e allarme, piani di emergenza, presidi territoriali, comunicazione e consapevolezza del rischio, coinvolgimento della popolazione nelle azioni di difesa. Principi e pratiche che gli esperti di settore stanno cercando di inculcare a comunità locale e istituzioni territoriali.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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