di Elena Sparacino

Quel “bio” che una volta sembrava un’entità astratta, legata per lo più a un concetto di tendenza, oggi è una realtà tangibile nel prefisso del significato di “biodiversità”. Quella tanto cara a Slow Food (e Slow Wine, in questo caso), un fenomeno culturale che parte dalla conoscenza prima che dall’atto, per un consumo consapevole, per preservare le differenze di specie presenti nei territori. Anche quest’anno infatti, al Vinitaly, la vetrina dedicata alla vinificazione bio ha confermato il favore degli operatori italiani ed esteri, che sempre più numerosi spingono per un’ondata di revisione, e stuzzica il dialogo sulla proposta di modifica del regolamento in merito alla produzione del vino biologico in discussione al Parlamento Europeo: si tratta di modifiche volte in particolare all’eliminazione o al mantenimento di alcune pratiche enologiche per la produzione di mosti concentrati, il cui utilizzo è di fondamentale importanza per la produzione di vini in Italia.
 L’obiettivo è quello di trovare una posizione condivisa che non penalizzi la tradizione enologica italiana, ma al contempo sia in grado di offrire ai consumatori un prodotto con una minor concentrazione di coadiuvanti e solfiti.

Proprio in occasione del Salone Internazionale del Vino e dei Distillati sono stati presentati – nel corso del XVII convegno de L’Informatore Agrario – i risultati di uno studio portato avanti in 17 aziende italiane, relativo al ruolo della biodiversità del terreno come fattore chiave per la qualità dei vini. «La discussione tra chi fa viticoltura tradizionale, biologica e biodinamica – ha sottolineato Leonardo Valenti del Disaa dell’Università di Milano (che ha co-realizzato la ricerca) – deve trovare un nuovo terreno di confronto pragmatico e non dogmatico, basato sui risultati ottenuti e misurati, quale convalidazione della bontà della tecnica». La gestione delle competenze condivise gioca un ruolo cardine in questo processo: da questo confronto è emerso come siano bastati appena dieci anni di gestione sostenibile per rilevare già un significativo aumento della sostanza organica, della biodiversità microbiologica e della macroporosità nel suolo con un incremento della riserva idrica in profondità (riducendo contemporaneamente l’impronta del carbonio e dell’acqua).

La filosofia “green” si sta rapidamente diffondendo sempre più a macchia d’olio: in base al primo Rapporto sulla sostenibilità dei vini del Forum per la sostenibilità del vino 2014, le aziende coinvolte in reti per lo sviluppo sostenibile costituiscono un terzo del prodotto interno lordo del vino per un valore stimato di 3,1 miliardi di euro di fatturato, con la partecipazione di oltre 500 aziende (31 tra Università e Centri di ricerca e 10 associazioni e istituzioni governative); un trend, questo, che ben l’80% delle oltre 1.000 aziende italiane partecipanti considera strategico per lo sviluppo del proprio business. «In un momento di crescita del vino biologico, che ha visto un incremento del 67,8% di ettari vitati da 40.480 ettari del 2008 a 67.937 del 2013, è importante che le regole siano chiare e facilmente applicabili dalle aziende del comparto», ha sottolineato Paolo Carnemolla, Presidente di FederBio, legando i dati alla prospettiva italiana di revisione in corso a Bruxelles.
È necessità comune arrivare a una normativa sul vino biologico che valorizzi il lavoro e l’impegno dei produttori italiani, e ancora più fondamentale diventa quest’aspetto nel momento in cui si fa un ovvio ragionamento: senza la parte enologica non si può ottenere il vino. «È opportuno salvaguardare quelle pratiche, come quella del mosto concentrato – ha commentato Mauro Braidot di UPBIO, che rappresenta i produttori biologici e biodinamici italiani – che sono di estrema importanza in particolar modo per la produzione nelle regioni a forte tradizione vitivinicola».
Esiste poi un’ulteriore corrente collaterale, quella dei vignaioli come custodi del processo produttivo. Acquisendo nel tempo una sempre maggiore autoconsapevolezza, è trapelata la necessità di sentirsi rappresentati come categoria di fronte alle istituzioni: è nata così nel 2008, supportata da uno Statuto ufficiale, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI), associazione volta a promuovere la qualità e autenticità dei vini italiani e a proporre norme legislative nell’interesse dei Vignaioli Indipendenti. Questi viticoltori vendono il loro raccolto in bottiglia sotto la loro responsabilità, con il loro nome e la loro propria etichetta, comprando l’uva esclusivamente conforme alle esigenze di vinificazione; ma, soprattutto, “rispettando le norme enologiche della professione, limitando l’uso di additivi inutili e costosi, concentrando la sua attenzione sulla produzione di uve sane che non hanno bisogno del maquillage di cantina”. I limiti ci sono: in annate sfortunate questo significa anche dover rinunciare a un vino, al che consegue che qualità del prodotto e successo commerciale non sempre sono proporzionali. Oggi, tuttavia, la FIVI conta oltre 850 vignaioli iscritti singolarmente o attraverso le associazioni regionali già esistenti, una cinquantina dei quali ha voluto partecipare quest’anno a Vinitaly non singolarmente ma come stand collettivo, a riprova di quanto queste aziende agricole si sentano rappresentate dall’associazione. Matilde Poggi, presidente di FIVI, in un’intervista a Vita di Stile ha spiegato che i Vignaiuoli Indipendenti sono rappresentati soprattutto dal modo di condurre la loro vigna «con il rispetto di chi sa che quello è il suo patrimonio. Circa la metà è in conduzione biologica o biodinamica, un 40% lavora secondo i metodi della lotta integrata e un 10% è in conduzione normale». Anche se l’associazione, puntualizza Poggi, rappresenta un modello produttivo, non uno stile, per cui non esiste un approccio specifico Fivi nella conduzione agricola. La Federazione inoltre non presenzierà a Expo 2015 in quanto tale, tuttavia saranno presenti alcuni soci vignaioli direttamente con le loro aziende. Per il momento, l’obiettivo principe è ancora quello della sensibilizzazione, per far conoscere ai consumatori un metodo alternativo di vino (ogni anno da quattro anni si tiene a Piacenza il Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti l’ultimo fine settimana di novembre), invitando a riconoscere il logo FIVI come garanzia di un “prodotto artigianale, buono e rispettoso di ciò che ci circonda”. Non sarà diventato trend su Twitter, ma in molti stand del padiglione 8 era impossibile non notare l’invito social all’hashtag #noisiamoFIVI, al fine di coinvolgere i visitatori… o, quantomeno, stuzzicare la loro curiosità.

Del resto – non meno importante – in sensibile aumento è anche il gradimento da parte dei consumatori per i vini sostenibili, percepiti come “amici dell’ambiente”. «Dal punto di vista del consumatore – ha proseguito Braidot – è necessario […] marcare ulteriormente la differenza tra vino bio e vino tradizionale anche in cantina». In risposta a ciò, sono settanta le cantine certificate (e oltre 500 le etichette) contate a Vinitalybio, il salone specializzato della manifestazione, realizzato in collaborazione con Federbio. Dati come questi dimostrano che la maggiore attenzione del fruitore alle regole dell’agricoltura biologica non ha mancato di portarsi appresso una conseguente crescita di interesse anche da parte dei buyer; al suo secondo anno di vita, l’occasione è diventata dunque anche spazio di discussione per porre le basi di alleanze e sinergie anche con le organizzazioni di altri Paesi europei.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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