di Elena Sparacino

Un re voltosi vecchio senza aver aspettato di essere savio: così si può riassumere il dramma scaturito dall’arrogante vanità di Lear, abbindolato dalla non celata ipocrisia delle figlie. Tradito dal suo sangue e perse le prerogative di disporre del destino e delle sue fortune, il re attraverserà un lungo viaggio nella follia, riportato alla verità da bizzarri Virgilii, tra matti autentici o per necessità. Michele Placido e la sua compagnia continuano a portare in scena la loro versione a forti tinte dell’intenso dramma shakespeariano, una riflessione di quasi tre ore sulla decadenza sociale dai grandi schemi fino ai piccoli paradigmi, quali il rispetto, la lealtà, e la profonda differenza che intercorre tra amore e lusinghe. Si tratta di una tragedia a doppio intreccio ambientata “in una lontananza alle soglie del tempo, non fuori tempo, ma non storicizzata”, in un’astrazione così remota da poter abbracciare la “storia di uomini in un certo tempo”, come – nei suoi appunti di regia – meditava Giorgio Strehler.

Sarà per questo che, malgrado Re Lear possa a impatto presentarsi come un’opera non atta alla messa in scena, le suggestioni delle scenografie essenziali di Carmelo Giammello colpiscono lo spettatore per la loro espressione cosmica di un mondo ridotto in macerie: annunciano l’avvento di eventi tragici che, con la loro desolazione, si accingono a trasmettere il panorama di violenta sofferenza e ipocrisia con cui Shakespeare profila la coralità di una delle sue opere più intense. Nella storia di Lear si riconosce la storia dell’uomo e della sua civiltà, in un continuum di corsi e ricorsi storici che fanno riflettere sull’eventualità che Vico non si fosse poi tanto distaccato dal focus universale. L’enorme corona semidistrutta e arrugginita, regina del palcoscenico ancora vuoto, è decorata dalle immagini dei politici passati; coloro che “hanno costruito una corona fasulla”, a espressione della limitatezza temporale della brama di potere al cospetto della caducità delle cose.

L’opera si fa notare anche per il tanto sapiente quanto efficace uso degli effetti speciali, dotati di “autentici momenti di grande emozione estetica”. Dalla scelta di una tempesta “sonora”, ai giochi di luce e alla neve che, lenta, incorona la pateticità di un Lear abbandonato a se stesso e alla sua solitudine. Fino alla studiata rivisitazione in chiave pop delle musiche, che attraversano epoche e generi in variazioni dalle ricordanze quattrocentesche a un momento di scanzonato rap (una trovata del giovane figlio di Placido, Brenno, per trasporre il linguaggio dei buffoni dell’epoca), passando per l’intenso Corpus Christi e la sua reincarnazione nel più moderno Halleluja di Jeff Buckley.

Per chi se lo fosse perso a teatro, tra maggio e giugno sarà trasmessa su Rai 5 la versione video dello spettacolo. Distaccandosi da precedenti trasposizioni fedelissime, Michele Placido è andato incontro al rischio di pesanti giudizi mettendo mano ai testi per portare la durata dello spettacolo (originariamente, tre ore e quaranta minuti) al più affrontabile intervallo di due ore e mezza. “Non volevo fare come il grande Ronconi”, sorride “uno spettacolo di 5 ore”. Difficilmente un’opera così intensa sarebbe stata proponibile al pubblico d’oggi nella sua interezza. Le scelte di regia, in questo senso, sono state talora criticate; eppure, sembrerebbe che l’originaria accusa di ordine antropologico mossa dal drammaturgo, si mantenga invariata in questa versione più attuale. Anzi: l’apparente purismo del primo atto, consente allo spettatore di entrare con facilità nelle dinamiche della storia, per poi perdersi nel secondo atto nei paranoici deliri dei singoli personaggi. Più che al quadro d’insieme, si pare mirare all’introspezione dei singoli tipi umani.

A cominciare dalla contrapposizione manichea dei due protagonisti della trama secondaria. Catalizzanti, i giovani figli di Gloucester rappresentano l’antitesi degli stereotipi filiali: il buono e il bastardo. La beffardaggine della scena sta qui però nel non seguire i pricípi della kalokagathìa (antico ideale greco di perfezione umana, un principio di sfera etica-estetica che prevede l’unità nella stessa persona di bellezza e valore morale). Edmund (il precoce Giulio Forges Davanzati) è un giovane bello, attraente, dalla “gagliarda simpatia”: rappresenta il Male nella sua accezione più complessa. Dopo un attacco forse esasperato rispetto alla naturalezza del climax ascendente che caratterizza la coralità degli altri personaggi, col dipanarsi della storia da energico si scioglie in un più coinvolgente e calzante modo sanguigno. Spinto dalla sete di rivendicazione e affermazione, questo “figlio di adulterio” crea attorno a sé un postribolo di sotterfugi e lussuria, muovendo i fili delle sorti dei personaggi e portando se stesso e altri alla morte, esalando l’agognato conforto di un “eppure anch’io sono stato amato” che inseguiva da tutta la rappresentazione. Del resto, «Shakespeare non è eleganza, è sperma e sangue». A fargli da controparte, il più applaudito in scena, l’impressioRe_Lear_Francesco_Bonomonante Edgar di Francesco Bonomo. Adombrato dal fango gettatogli addosso dal fratello invidioso, il figlio amorevole viene gettato nello sconforto e costretto alla fuga, cadendo in preda a una metamorfosi (di fortissimo impatto emotivo). Ne nasce una figura duale che lui stesso rinomina “Tom”, infida e melliflua, in molto simile – nel personaggio di Bonomo – al Gollum/Smeagle di J.R.R. Tolkien, se è consentito un paragone ardito ma apparentemente calzante. Una follia dovuta e transitoria, determinante per lo sviluppo conclusivo. Intenso nello struggimento quanto nell’ironia, fondamentale è la chiusura del personaggio che più di tutti veste i panni dell’amore fedele e incondizionato per i l’autorità paterna: «Dobbiamo sopportare il peso dei nostri tristi tempi; dire quello che sentiamo, non quello che a noi converrebbe dire».

Non ha caso, è proprio nel delicato secolo XX che l’opera ha preso piede nei teatri grazie alla sua capacità di rievocare sentimenti e situazioni riconducibili all’attualità; l’uso della violenza come “strumento per raggiungere e mantenere il potere si contrappone alla scoperta che per raggiungere la pace interiore e la giustizia si debba percorrere l’aspro sentiero del dolore”. La sincerità, l’amore, la giustizia, la fedeltà, i valori positivi alla fine della scena vincono, ma pagando un caro prezzo. Il messaggio, nei suoi passi più positivi, cita riferimenti anche di ordine biblico, come viene ritratta l’amabile Cordelia, “tanto più ricca perché povera, tanto più amata perché disprezzata”: un carattere nettamente in contrasto con le altre donne della tragedia, sempre più dark man mano che l’intreccio si sviluppa; lo stesso padre arriva ad apostrofare la carne della sua carne con dure parole (“Là sotto c’è una pozza sulfurea”), accusandovi lo zampino del demonio stesso. Eppure, come spesso capita, le figure di Gonerill (Marta Nuti) e Regan (Maria Chiara Augenti) non risentono di questo confronto, ma anzi ne escono più rinvigorite e sfaccettate, travolgendo il pubblico nell’evoluzione così insospettabile di piccoli e familiari capricci umani verso un baratro di dissolutezza.

Una figura per certi aspetti misteriosa è poi quella del Matto, mai in scena insieme a Cordelia. In numerose rivisitazioni, questa non contemporaneità ha suscitato in alcuni l’idea che una simile circostanza non fosse dettata puramente dal caso: si rammenta a proposito proprio la duplice performance di Ottavia Piccolo nella sua messa in scena del Re Lear di Stehler al Piccolo di Milano, nella stagione teatrale 1972-73, dove l’allora giovane attrice si distinse per interpretare entrambi i personaggi. Lo stesso regista nei suoi appunti sottolineava come «in un certo senso appare che il Matto è un prolungamento della presenza di Cordelia».

re_lear2Quanto alla velleità artistica a tutto tondo di Placido, rimbomba nelle sue parole fin dalle prime battute. Dotato di tecnica e vigore impeccabili, tanto nelle movenze quanto nel timbro della voce, quella del suo Lear finisce con l’essere – una volta abbandonata la corona – la rievocazione della spontaneità di un vecchio padre. I modi rudi nascondono un umano bisogno di affetto e devozione filiale, e la sua mente è labile tra equilibrio, rabbia e una profonda solitudine. È proprio all’apice di questa sua solitudine materiale e morale, quando ormai è smarrito il senso delle cose, che egli precipita nell’abisso sicuro della follia: un luogo slegato dalle violenze e dalle logiche umane, un crollo da cui scaturisce il cammino di espiazione non del re, ma dell’uomo. E, insieme alla catarsi del simbolo, il mondo intero viene stravolto terminando con la sopravvivenza solo dei personaggi leali e fedeli. Solo un percorso di dolore e di morte può condurre l’uomo verso la pace e la giustizia, una “scopa di malvagi” manzoniana da cui ricominciare a costruire. La tempesta che si abbatte sul regno, fisica e morale, come il Diluvio Universale. Spiega Placido: «Tutto questo sangue che scorre serve ad avere un briciolo di speranza che l’uomo, domani, sarà migliore». Così pure, nell’occhio del ciclone, una volta sanata la propria cecità il re umano cercherà appiglio e conforto nell’unica figlia sinceramente devota, abbandonandosi con la naturalezza di chi forze più non ne ha, dando carne al personaggio letterario.

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

More Posts - Website

Follow Me:
TwitterLinkedInGoogle Plus

Di Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.