di Francesca Dainese

-Ti hanno buttato fuori!ti hanno buttato fuori, Oh Holden!
-Chi l’ha detto che mi hanno buttato fuori?Nessuno ha detto che …
-Papà ti ammazza.

Ebbene sì, Einaudi ha ritradotto Il Giovane Holden, donando una nuova patina di freschezza al long seller da 1,3 milioni di copie in 53 anni. Cambia lo slang, più moderno e più attuale, cambia il titolo per l’ennesima volta. Muore un personaggio?

Dalle iniziali ipotesi della prima edizione “Il prenditore nel campo di segale”,  “Il terzino nella grappa”, “L’acchiappatore nella segale” “Il salvatore sul precipizio”, Jacopo Darca, il traduttore italiano di The Catcher in the Rye, aveva a suo tempo optato per il titolo Vita da uomo, poi cambiato in Il giovane Holden nel 1961. Oggi in libreria troverete invece Giovane Holden, a fianco delle smaglianti traduzioni europee più e meno fedeli della medesima opera di J.D. Salinger del 1951, “El Guardián entre el Centeno”, “Der Fänger im Roggen”, “O Apanhador no Campo de Centei”o “L’Attrape-Coeurs”.

Per rivisitare il vecchio cult, che negli ultimi tempi manifestava un inusitato calo di vendite , Einaudi ha scelto Matteo Colombo, scrittore di lungo corso e pioniere in Italia per la traduzione di autori americani contemporanei come De Lillo, Eggers, Wallace, Bukowski, Palahniuk, Chabon e compagnia bella.

Sembra infatti che Adriana Motti, l’anziana traduttrice della più celebre versione de Il giovane Holden, giornalista dell’Avanti! morta nel 2009, sia stata pensionata dalla storia stessa. La sua traduzione italiana del 1961, è accusata, oggi, di aver contribuito nel tempo ad allontanare Salinger, quello vero, soprattutto dai suoi più giovani lettori. Specchio un po’ dei tempi, castigata nei termini scurrili e molto personale, questa stessa traduzione è stata per molti di noi però generosa dispensatrice di quello slang così caratteristico di Holden Caulfield, ciò che lo tipizzava nel suo stesso essere personaggio. Sicuramente, quando l’abbiamo letto alle medie, ormai almeno una buona manciata di anni fa scovandolo nella famosa lista dei “classici consigliati/doveri di lettura”,  “la mia infanzia schifa”, “vattelapesca”, e tutti quegli “stramaledetto” e “maledettissimo” e “col fischio!”, e “compagnia bella”, e tante cose “buffe” già ci sembravano ben lontani dalla belle langue manzoniana, inutilizzabili per stupire il professore nel tema d’italiano e allo stesso tempotroppo demodé per riciclarli all’intervallo. Ma all’orecchio, tutto questo scarto suonava un po’ d’America anni ’50 – certo l’America come la Motti ce la disegnava- innescando un tu per tu informale ed espressionista tra coetanei, voce narrante e lettore: una disputa a chi la spara più grossa.

La traduzione di Colombo, non ha pretese di perfezione, “ogni traduzione è un’interpretazione” dice, che può durare al massimo una ventina d’anni. La cosa più sorprendente è tuttavia che lo scrittore rivendica nel suo lavoro una parentela col testo di Salinger, paradossalmente, “oltre mezzo secolo dopo” , ben più vicina di quella della Motti. L’incipit basti a piccolo assaggio delle tre traduzioni a confronto:

«If you really want to hear about it, the first thing you’ll probably want to know is where I was born, and what my lousy childhood was like, and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don’t feel like going into it, if you want to know the truth».

( Salinger, The Catcher in the Rye cap. I)

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.»

(Motti,1961 p. 3)

«Se davvero volete sentirne parlare, la prima cosa che vorrete sapere sarà dove sono nato, e che schifo di infanzia ho avuto, e cosa facevano e non facevano i miei genitori prima che nascessi, e altre stronzate alla David Copperfield, ma a me non va di entrare nei dettagli, se proprio volete la verità.»

(Colombo, 2014 p. 3)

Senza voler intavolare analisi di critica comparatistica, si coglie già, secondo me, dalle prime righe, come l’espressività del personaggio Caulfield perda per molti aspetti in originalità nella traduzione di Colombo. Ben visibile è poi, continuando nella lettura, come i tantissimi Goddam! siano più volte resi col più attuale “cazzo”e le “stronzate” si raccontino nel nostro contemporaneissimo passato prossimo. Troppo facile o troppo scontato parlare di un imitatio/emulatio che scade nell’impoverimento linguistico di un tredicenne annoiato, cresciuto a pane e playstation?

Se il romanzo è l’intramontabile frutto della penna di Salinger, un ecosistema psicologico a parte, non si può dire altrettanto dell’evoluzione della lingua, che come la linguistica ci insegna è un sistema aperto in evoluzione continua. Ma questo discorso, come vale per la traduzione della Motti si può forse rendere attuale anche per un parlante americano di oggi, che probabilmente non percepisce un Salinger così “fresco”come lo pretende la nostra ultimissima traduzione. Comunque sia, alcune scelte di Colombo hanno il merito di restaurare qualche errore di troppo, dimostrandosi effettivamente più vicine all’originale. Ciò si può vedere sempre parlando dell’incipit, nell’introduzione di quell’ “ if you want to know the truth” che nella Motti mancava , e ridonando a Caulfield il piacere di guardarsi nel primo capitolo la partita di football americano che seguiva per volontà del suo creatore, trasformata in rugby dalla Motti, per permetterne la contestualizzazione nel Bel Paese. Altre varianti sono più discutibili: ancora nell’incipit non marcare lousy childhood fa perdere a mio parere molto della carica energetica della prima edizione.

… Ma forse sono piccolezze, tic di mia personalissima vecchiaia interiore? Che ne penserebbe papà Salinger? Se volete farvi un’idea più approfondita, la traduzione di Colombo vi attende sorridente in libreria.

Io, inguaribile romantica, preferisco tenere sul comodino la vecchia copia sgualcita del libro bevuto tutto d’un fiato, in un pomeriggio della mia infanzia schifa, in cui c’era il sole e mi annoiavo e leggevo in solitaria quiete il mio giovane Holden demodé. Che non serviva altro per essere felici, se non quel tanto di nascosto dietro ogni eccetera eccetera di troppo.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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