di Francesca Dainese

Final countdown per vedere nelle sale cinematografiche La sedia della felicità, ultimo film del padovano Carlo Mazzacurati, deceduto nel mese di gennaio all’età di soli 57 anni. Personalità schiva e riservata il regista ci lascia con un capolavoro di umanità che è forse il film più allegro di tutta la sua carriera, nonostante sia stato girato durante la fase terminale della malattia che da anni lo logorava.

la-sedia-della-felicita-carlo-mazzacurati-in-una-foto-promozionale-292813Per fare le riprese Carlo ha radunato tutti i suoi più cari amici in un unico, ultimo grande cast che include -oltre ai protagonisti assoluti: Valerio Mastandrea , Isabella Ragonese e Giuseppe Battiston-  Katia Ricciarelli, Raul Cremona, Marco Marzocca, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Antonio Albanese, Milena Vukotic, Roberto Citran, Mirco Artuso, Roberto Abbiati, Lucia Mascino, Natalino Balasso, Giusy Zenere e Maria Paiato.

La storia, racconta il regista in una delle ultime interviste, è stata ripresa dalla novella russa Le dodici sedie, già conosciuta per la versione di Mel Brooks del 1970. Qui le sedie di cui si parla sono solo otto, ma sono caratterizzate da una seducente imbottitura zebrata e uno schienale in legno a forma di elefante. Difficile che passino inosservate, soprattutto se in una di queste.. si nasconde un tesoro.

E’proprio questo il meccanismo fiabesco che mette in scena la ricerca, tanto realistica quanto disperata, di un tatuatore, Dino, interpretato da Mastandrea, e un’estetista dalla frangetta perfetta di Isabella Ragonese, entrambi sempre a corto di soldi. L’antagonista dei due futuri amanti è la figura arcigna e meschina di Padre Vaime,una mole di santità tutt’altro che canonica, magistralmente impersonata da Battiston.

Con grande ironia e acuta sensibilità Mazzacurati sembra raccontare da principio una storia semplice e un po’ strampalata di cui solo successivamente si intuisce la portata sensibile. Egli ritrae personaggi umani, troppo umani, intrappolati in una miriade di piccole miserie che però finiscono sempre per superare rimanendo fedeli a dei valori che-Carlo sembra voler testimoniare- esistono ancora: Bruna e Dino sono a caccia del tesoro, ma un’occasione così venale non fa che risaltare, alla fine, la loro schietta, umile, genuinità.

Mazzacurati tratta i suoi personaggi come piccole meraviglie imperfette, con una sorta di pietas virgiliana che fa ridere fino alle lacrime e commuovere dolcemente, in una sfilata di prototipi d’umanità caricaturale, ma allo stesso tempo … tremendamente  reale. Superlativa a mio parere la figura della rossissima e trasgressiva “addetta agli archivi della Provincia”. Gli occhi da triglia, peraltro appena accennati, di Valerio Mastandrea sono sufficienti per indurla al pronto disvelamento della sua “corassa”.L’episodio, oltre a permettere l’entrelacement narrativo,  mette alla berlina l’ultima moda dei tatuaggi di grido, scelti- sempre gli stessi, la rosa e il dragone- da un catalogo trito e sudato, ma pretenziosamente “pieni di significato”. Preciso e impietoso anche il ritratto del veneto imprenditore medio, gretto e buzzurro,  mentre  sottilissima è l’allusione, con le scene girate sulle Dolomiti alla ricerca del pittore del ”Me Cagneto”, al più trash programma tv del digitale che pubblicizza quadri di illustri sconosciuti.

Carlo abitava a Padova, la mia città. Quello che so di lui è che al quinto anno di ginnasio era venuto al mio liceo per selezionare il suo protagonista de La giusta distanza, altro film ambientato nella Bassa, di tono molto più cupo, in cui aveva messo in scena la sordida realtà veneta di fronte ad un omicidio, tra paura del diverso e vergognosa omertà . Non sono mai riuscita ad incontrarlo di persona, all’epoca  non lo conoscevo che di fama. Oggi, ho visto tutti i suoi film e tra gli altri credo che quest’ultimo, da alcuni anche criticato pesantemente, sia il suo “capolavoro sereno”.  Ma ho molto amato anche La passione, sul bizzarro tema della Sacra Rappresentazione, in cui gioca sull’ambivalente figura del “povero Cristo in croce”, allegoria del regista che perde l’ispirazione. Nel 2010 Carlo ottiene per questo film la nomination al Leone d’O ro alla Mostra del Cinema di Venezia, mentre nel 2008 La giusta distanza aveva già ricevuto il premio Donatello come miglior film e miglior regista, senza contare i numerosi riconoscimenti agli attori. Giusto per precisare la portata del “regista di nicchia”. La  neonata sedia della felicità, oggi, non ha bisogno di premi, firma soltanto, con naturalezza, un’eredità. Quella di Carlo, che  poco prima di morire lancia l’ultimo Bengala:“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre

Caro Carlo, con te muore il cinema gentile.

 

 

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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