17 mesi di intervento, 14 pazienti con patologie differenti ed età eterogenee (dai 20 ai 50 anni) ed un team variegato composto da psicologi, psichiatri ed infermieri. La sfida: dimostrare come la narratologia e la fluenza espressiva possano essere parte integrante per la coesione del gruppo di pazienti ed aiutarli nel percorso di cura. Da questa lunga esperienza è nato un libro, “L’arte di condividere narrando” (Bruno Libri, eur. 5,50), redatto dal dottor Pietro Crescenzo, psicologo, in collaborazione con due psichiatri, Francesco Grieco e Gaetano Pinto. Il testo riporta l’esperienza sviluppata all’UOSM di Pontecagnano Faiano (Salerno).
Ne parliamo con l’autore.
Il libro, come si intuisce già dal titolo, racconta di un gruppo di persone che, come metodo terapeutico, vengono invitate ad inventare una storia. Da cosa nasce questa scelta?
Tutto è iniziato nel febbraio del 2012, dopo aver somministrato al gruppo due storie ad alto contenuto emotivo quali il racconto di Stevenson “Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Hyde” e “L’invito della Follia” di Davide Salina. Mi accorsi che attraverso queste due letture, avvenute in due incontri differenti, i partecipanti avevano ben risposto sul lato emotivo dopo che era stato dato loro mandato di inventarsi un finale alternativo alla storia di Stevenson, in modo che potessero mettersi in gioco immedesimandosi nel protagonista, combattuto in questa lotta tra bene e male presente in se stesso. Notando questa capacità proiettiva nei partecipanti, ci siamo chiesti perché non provare con l’elaborazione di una storia tutta loro, che avrebbe permesso di “buttare fuori” i loro pensieri emotivi e creativi. Si è trattata, quindi, più che altro di un’intuizione avuta proprio grazie al confronto in équipe, mettendo in campo le rispettive professionalità.
Come si è svolto il lavoro nel corso dell’anno e mezzo di lavoro? I pazienti come hanno reagito?
Sostanzialmente il lavoro non è stato lineare, abbiamo cercato sempre di adattarci alle esigenze dei pazienti che liberamente partecipavano al gruppo. Diciamo che gli incontri erano strutturati con cadenza iniziale uno ogni due settimanale, salvo poi intensificare gli incontri con cadenza settimanale, dando ai partecipanti la possibilità di immedesimarsi nei personaggi della storia che loro stessi creavano. Hanno mostrato un forte entusiasmo per i cambiamenti che riuscivamo a apportare durante il percorso, tanto che abbiamo registrato un solo abbandono.
I risultati ottenuti soddisfano le aspettative?
Vanno ben oltre. In quanto ricerca-azione, principale scopo era quello di offrire un servizio adeguato per le esigenze dei pazienti, ed allo stesso tempo ottimizzare le risorse della struttura. Notare i miglioramenti in questo gruppo di pazienti, così prototipico, è un risultato più che soddisfacente.
Perché un medico, o una struttura sanitaria, potrebbe essere portata a scegliere la terapia narratologica e non un’altra?
I motivi sono semplici. Tra i primi, sicuramente la possibilità di creare un ponte tra la terapia farmacologica e quella individuale, auspicando allo stesso tempo un risparmio di energie delle risorse umane ed ipotizzando una riduzione del costo farmacologico, laddove si riscontrassero significativi miglioramenti.
La parte, per noi profani, un po’ più simpatica del libro è certamente il viaggio di Gaetangiulio e Cecilia, un racconto sospeso tra fantasia e realtà storica, frutto dell’immaginazione dei pazienti. E’ una storia particolare, che mischia eventi storici, letteratura, psicanalisi. Come ci siete arrivati?
Noi non abbiamo fatto nulla se non spiegare come si crea una storia e fare da facilitatori al flusso di creatività. All’occhio del clinico saranno anche visibili come i partecipanti abbiano vissuto la relazione terapeutica nelle loro vite e come siano giunti a conclusioni molto significative per chi lavora in questo campo, ma non voglio anticiparvi niente, non voglio rovinarvi il piacere della lettura.
Il progetto prevede una seconda fase?
Sì. Il ricavato dalla vendita del libro sarà reinvestito in un follow-up con i precedenti partecipanti ed in una strutturazione di un nuovo percorso di narratologia, forti però delle nuove conoscenze acquisite. Tutto questo per non gravare sulla spesa dell’azienda sanitaria, poiché ci sono cose nella vita che si fanno solo per il bene degli altri e non per lucrarci.
Crede che il progetto attuato a Pontecagnano Faiano sia “esportabile” non solo in altre cliniche, ma anche in altri contesti, non strettamente psichiatrici (per es. nelle carceri)?
Ne sono fermamente convinto. E’ una tecnica molto flessibile e nel volume indico esattamente come realizzare gruppi di narratologia simili, pur non entrando nello specifico di altri contesti ma è un percorso facilmente adattabile. Chiunque poi voglia approfondire il discorso non avrà che da contattarmi per condividere l’esperienze ed essere di aiuto per la realizzazione di altri gruppi.
Il libro, acquistabile per una cifra estremamente contenuta, è in vendita online, su www.libreriauniversitaria.it, o su ordinazione all’editore, brunolibri@libero.it.



