Si è conclusa a Rignano Garganico in Puglia (FG), lo scorso 21 Luglio 2013, la prima edizione dell’ “Art in Folk”: si è trattato di quattro serate che hanno visto alternarsi le esibizioni di gruppi musicali folk, i quali hanno animato e coinvolto la popolazione non solo nell’ascolto, ma anche nel ballo di questo particolare e, forse, poco conosciuto genere musicale. Di rilevante interesse, poi, sono state anche le attività parallele, sviluppatesi collateralmente al festival, quali corsi di danza folcloristica, proiezioni di video e incontri con gli artisti, autori ed esecutori di questo genere musicale.
Non si possono però comprendere le tradizioni e le superstizioni che la canzone, il ballo e la musica della taranta (genere folk per eccellenza della nostra terra) portano con sé, se non si conoscono bene quali furono le origini non solo di questo genere musicale, ma anche del termine che lo identifica.
Infatti, al di là delle polemiche squisitamente politiche, anche esse, purtroppo, diffusesi come un polverone attorno a questo evento, è meglio soffermarsi sull’aspetto prettamente culturale che si è scelto, non si sa quanto intenzionalmente, di sostenere con una manifestazione del genere.
Si provi per un momento, solo il tempo necessario alla lettura di questo articolo, ad immaginare una storia.
– Era un’estate calda, tra le più calde mai viste in terra di Puglia. La temperatura altissima avrebbe dissuaso chiunque dal mettere il capo e soprattutto i piedi fuori dalla soglia di casa: l’uno a ricevere i colpi dei raggi del sole e gli altri a battere la terra rovente. Nonostante ciò i contadini del tarantino come, del resto, quelli di ogni terra, sarebbero usciti comunque, era il tempo della mietitura. Allora il grano non si raccoglieva con le macchine e la paglia secca rimasta sul campo non veniva raccolta con l’ausilio di mezzi tecnologici. Avveniva tutto manualmente: i mietitori, armati di falce e, soprattutto, di tanta forza e pazienza, tagliavano le spighe guidando, con la forza delle proprie braccia, la ricurva lama metallica, mentre le donne rassettavano, sempre manualmente, i fasci di spighe.
Così, proprio durante quest’ultima operazione, quella in cui le mani delle raccoglitrici si trovavano a più diretto contatto con la bruna terra, avveniva, talvolta, che qualcuna, la più incauta e sfortunata, subisse una puntura di insetto; e la più temuta era senz’altro quella causata dal morso della taranta (tarantola), un ragno velenoso che scava le proprie tane nel terreno, appunto.
Il veleno di questo ragno provocava e provoca ancora, uno stato di catalessi caratterizzato da una forte sudorazione e da convulsioni (almeno queste le informazioni tramandate dai primi medici che si cimentarono nella cura di questo male). Tuttavia, vuoi perché le campagne erano lontane dalle città, lì, infatti, sarebbe stato più semplice trovare un buon dottore, vuoi perché le tracce di questa tradizione si perdono in un’epoca passata, molto lontana nel tempo, in cui il confine tra formule magiche e formule mediche era molto sottile, lo stato di malattia in cui cadevano i tarantati (coloro che venivano morsi dalla tarantola), si curava con la danza e la musica.
I nostri antenati, infatti, notarono presto il legame esistente tra il ritmo della musica, che oggi chiamiamo tarantella, e il ritmo delle convulsioni dell’attarantato, il quale si contorceva e contraeva gli arti al ritmo del noto canto popolare, come se fosse posseduto da uno spirito. Il movimento spasmodico e le convulsioni a ritmo di musica, provocavano l’eccesiva sudorazione del paziente, che, così, secondo le antiche credenze, guariva dalla malattia. In più, oltre ai musicisti, i ballerini assecondavano gli spasmi del morsicato e il suono dei tamburelli battendo a ritmo a terra i piedi, come per uccidere tante tarante immaginarie.
I casi più disperati, però, quelli in cui la musica medicinale non bastava, avevano bisogno dell’intercessione del vicino San Paolo da Galatina, che più volte aveva concesso la grazia di guarire i contadini dal morso della taranta. Non è un caso, infatti, che in molti canti popolari pugliesi il nome del santo venga citato come “Santu Paulu delle tarante”.
Una volta guariti però, non si acquisiva l’immunità, come avviene per le malattie infettive, si poteva sempre essere ri-morsi, magari l’anno successivo, dalla temuta taranta-.
L’escursione narrativa precedente, dunque, mostra in maniera semplice come, dietro i termini taranta, tarantola e tarantella, c’è non solo una storia comune, ma anche una radice etimologia comune. Infatti, tarant-, derivante sia dall’antenato greco tàranta che da quello latino tarànta, viene comunemente adoperato per indicare una tipologia di ragno (per un’analisi approfondita delle questioni etimologiche relative a questi termini cfr. Naselli, L’Etimologia di “tarantella”, in “Archivio Storico Pugliese” IV, fasc. III-IV, Bari, 1951).
Inoltre, se proprio si vuole rintracciare un’origine geografica, per questa produzione folkloristica, invece che in terra di Lecce come continuamente ed erroneamente si continua a fare, la si dovrebbe riferire alla terra di Taranto. Anche il nome di questa città pugliese, infatti, conserva la radice tarant-, e che fosse una terra infestata di tarantole ce lo descrivono, anche se mancano ancora delle prove inoppugnabili, alcuni studiosi (cfr. sempre Naselli, L’Etimologia di “tarantella”).
Fu la città di Taranto, dunque, nota e grande colonia della Magna Grecia, a dare il proprio nome a una varietà di ragno che infestava i terreni limitrofi, caratterizzati, all’epoca, anche da una natura selvaggia e dalla scarsa intensità delle colture agricole.
Diffusasi, poi, in tutta la terra di Puglia e persino in alcune regioni del sud Italia, questa danza caratteristica e curativa prese nomi differenti a seconda della zona in cui veniva praticata, ma conserva sempre il suo legame con l’universo contadino, dominato, oltre che da storie di diverso genere, dal rapporto-scontro tra l’uomo e la natura, in questo caso rappresentata, appunto, dal ragno. Un noto esempio è la pizzica salentina, nome differente per indicare la stessa danza, quella nata dal pizzico del ragno velenoso.



