esercito del PakistanL’esercito della Jihad spesso influenza alcune falangi dell’esercito pakistano trasformando il loro fine difensivo in un’aggressiva ‘guerra santa’. Il termine Jihad è usato spesso ma il suo significato è ambiguo, travisato, preso in considerazione nella sua accezione più negativa proprio per questo motivo. Eppure bisogna continuare a distinguere questi due eserciti e i loro scopi, condannando gli atti terroristici portati avanti in nome della Jihad.

L’esercito del Pakistan è uno dei più attivi al mondo (ha una grande influenza sulla politica del Paese) e si pone come obiettivo, apparentemente in modo del tutto simile a qualunque altro esercito al mondo, quello di proteggere i confini del proprio Stato, ovvero di proteggerne l’integrità nei confronti delle forze esterne. Si tratta di una formazione completamente volontaria e basata sul modello dell’esercito britannico (o più in generale europeo), quindi senza coscrizione obbligatoria. La Jihad (termine arabo che significa ‘sforzo’ ma che viene generalmente riferito alla guerra islamica contro i non credenti) ha profondamente influenzato, nel corso del tempo, l’esercito ufficiale pakistano: la penetrazione di quest’influenza nelle sue file è favorita dall’età media dei soldati, spesso molto giovani. Tuttavia è bene ricordare che esercito jihadista ed esercito pakistano non coincidono.

Per comprendere l’esercito jihadista e i suoi principi bisogna prima capire la Jihad stessa. La Jihad è comunemente percepita come una forma crudele e opprimente di violenza, ma la maggior parte delle persone non sa che il significato originario di questo concetto è esattamente l’opposto: doveva indicare l’esercizio delle virtù di pace, pazienza e disciplina per giungere a Dio. Jihad si traduce letteralmente con ‘lotta sulla via verso Dio’: è perciò uno sforzo per diventare ‘santi’. Esistono due forme di Jihad denominate ‘maggiore’ (o ‘grande Jihad’) e ‘minore’ (o ‘piccola Jihad’) e vengono praticate entrambe per trovare la pace dell’individuo. La Jihad minore, che consiste in uno sforzo interiore di auto miglioramento, non è sufficiente, tuttavia, per portare a compimento la santità dell’uomo. Perciò i musulmani ricorrono alla Jihad maggiore, uno sforzo militare, una guerra o comunque un intervento sul mondo esteriore, pensando che questa strategia di difesa (che spesso si trasforma in una politica oppressiva e aggressiva) sia la via che garantirà la loro integrità.

Quando ci si riferisce alla Jihad come pratica organizzata, diventa evidente che si parla di qualcosa che esula dal suo significato primario, ma si intende piuttosto una criminalità organizzata che si sta sempre più diffondendo e che porta avanti azioni terroristiche nei confronti di chi non appartiene all’Islam. Se non vi è alcuna somiglianza tra l’esercito jihadista e quello pakistano, allora ci si deve chiedere come mai seguano entrambi i precetti del celebre politico Ayub Khan, il quale ha sostenuto e spronato una politica estera aggressiva.

Nonostante questo, è importante sottolineare le differenze fra questi due eserciti. Innanzitutto, la Jihad si estende al di fuori dei confini del Pakistan; anche i suoi fini sono ben diversi da quelli dell’esercito pakistano. Quest’ultimo si pone come scopo la difesa del proprio territorio, mentre la Jihad vuole imporre il proprio dominio e la propria religione sul maggior numero di territori, indipendentemente dai confini stabiliti dagli Stati nazionali. Eppure spesso questo scopo contagia il Pakistan, portando l’esercito ad abbandonare posizioni difensive, quali ci si aspetterebbe dal suo fine dichiarato, per spostarsi su posizioni offensive, più vicine a motivazioni razziali e religiose che politiche. Lo stesso tipo di odio contro i Paesi non islamici che anima l’esercito jihadista si diffonde velocemente nelle file pakistane, scaturendo dalla stessa volontà di diffondere l’Islam in ogni parte del mondo, con ogni mezzo.

L’esercito jihadista e di altri gruppi jihadisti che si sentono responsabili per la diffusione dell’Islam in tutto il mondo, predicano principi basati sull’uso della ‘mano’ (Jihad bil yad), della ‘spada’ (Jihad bis saif) e del ‘cuore’ (Jihad bin nafs): dunque nella Jihad si fondono idee come fratellanza musulmana e guerra. Vari gruppi musulmani, ad esempio sunniti e sufi, nonostante le loro differenze, si trovano uniti nel combattere in nome della Jihad. I principi della Jihad, nella teoria, non predicano la propagazione del terrorismo; in realtà però, i jihadisti vengono addestrati a schierarsi contro chi non crede nell’Islam.

Per i motivi esposti, dunque, la Jihad viene considerata a livello mondiale solo nel suo aspetto negativo, dimenticando il suo significato originario. Quest’esercito si sente votato a difendere l’Islam dalle minacce del mondo esterno, ma è impossibile giustificare in alcun modo i crimini che si perpetrano a livello globale in nome della guerra santa: proprio la pretesa che essi servano a raggiungere la volontà di Dio è ciò che li rende più odiosi, poiché è in primis la religione stessa che deve ripudiare questo genere di azioni.

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