
Non sempre un libro per l’infanzia riesce a unire toni così diversi tra un racconto e l’altro, e Racconti di tutti i colori è un esempio interessante proprio per questa varietà, che convince più in certi episodi che in altri. Le prime due favole, quella di Pianetina e quella di Botton d’oro, restano fedeli a una favolistica classica, fatta di animali e oggetti che parlano, di morali chiare, di un ritmo pacato adatto a una lettura serale. Con Macchia d’Inchiostro, però, il registro cambia: il racconto si fa più surreale, quasi comico, soprattutto quando la protagonista, alle prese con i primi tentativi di scrittura, si dispone sul foglio in una sequenza incomprensibile di numeri e segni, “45-+3,5(-)245,0×2:(34-)-x2,333,45”, prima di scoprire la propria vocazione per il disegno. È un’idea originale e divertente, ma il passaggio da una scrittura fiabesca più tradizionale a questo episodio quasi onirico crea un piccolo scarto di tono che un lettore adulto avverte più di un bambino, e che forse avrebbe meritato un racconto di apertura o chiusura diverso per ammorbidire il salto. Il quarto racconto, quello della coniglietta Roberta, paga invece un prezzo simile sul piano della struttura, perché il colpo di scena finale, quando si scopre che il prato raggiunto è in realtà lo stesso di partenza, rischia di disorientare più che di sorprendere i lettori più piccoli. Più che un difetto vero e proprio, è il segno di un libro che osa cambiare passo da una pagina all’altra, anche a costo di qualche piccolo scricchiolio lungo il percorso. Resta comunque un libro capace di intrattenere e di lasciare, alla fine, più di un piccolo insegnamento utile a crescere.


