Nell’opera prima dell’imprenditore e life mental coach, fondatore del Gold Center Club, la memoria di una vita costruita con sacrificio incontra domande rivolte direttamente al lettore

Aveva sei anni quando i genitori aprirono una pasticceria a Monte Sant’Angelo e da quel giorno il profumo dello zucchero entrò nella sua vita insieme a una regola che non avrebbe più dimenticato: in laboratorio si poteva guardare e impastare, ma non assaggiare, perché il frutto del lavoro apparteneva prima di tutto ai clienti e alla famiglia. Comincia da qui “Il settimo figlio. L’alchimia tra farina e cristallo”, il libro con cui Carmine Bernabotto, ultimo di sette fratelli cresciuto in una casa di nove persone, ripercorre mezzo secolo di vita. Sono pagine che restituiscono le albe davanti al forno, i vassoi che uscivano dal laboratorio soltanto se perfetti, i pomeriggi passati tra le teglie mentre fuori dalla vetrina gli amici correvano dietro a un pallone e soprattutto il modo in cui un bambino impara presto a tenere a bada l’istinto, a osservare in silenzio e a coltivare un’idea di qualità destinata a guidarlo anche negli anni a venire.
L’autore non si sottrae al racconto del dolore. La perdita di un fratello durante l’adolescenza e anni dopo, quella del padre e di un altro fratello segnano il libro come ferite affrontate senza compiacimento, e proprio da quel primo lutto prende avvio il rapporto con l’allenamento, vissuto all’inizio come un bisogno di equilibrio e diventato con il tempo una vocazione. Seguono gli anni di una doppia vita, con le notti in pasticceria, i pomeriggi in sala pesi e i fine settimana trascorsi sui treni verso Milano, Bologna e Ravenna per studiare e confrontarsi con chi era più avanti, fino alla scelta di lasciare la sicurezza dell’attività di famiglia e di inseguire un sogno che molti, sul Gargano, consideravano una follia.
Quel sogno ha un nome preciso, Gold Center Club e Bernabotto ne ricostruisce la nascita a San Giovanni Rotondo soffermandosi più sulle motivazioni che sui numeri. Dietro la scelta di un locale luminoso al primo piano, in un’epoca in cui le palestre della zona occupavano ancora scantinati umidi e poco accoglienti, c’è l’intenzione di sostituire la “P” di palestra con la “P” di Persona, mettendo al centro il rispetto, la cura degli ambienti e l’attenzione verso chi non aveva mai sollevato un peso. Nel libro trovano spazio i debiti, gli anni senza stipendio, le voci di chi lo credeva un illuso e la fiducia della moglie Annalisa, che firma anche la prefazione, raccontati con una franchezza lontana da ogni autocelebrazione e pensata per offrire al lettore una testimonianza concreta e riconoscibile.
“Non temere le mani sporche di farina: è nel bianco del sacrificio che si disegnano i sogni più limpidi. Chi non sa impastare l’umiltà, non saprà mai gustare il successo.”
I sette capitoli si aprono ciascuno con una massima dell’autore accostata alle parole di autori come Seneca, Marco Aurelio, Napoleon Hill e Michelangelo, e alternano i ricordi a pause in cui la voce dell’autore interpella chi legge, invitandolo a fermarsi e a interrogarsi con onestà sulla strada intrapresa. Forte della sua esperienza di life mental coach, Bernabotto dissemina lungo il percorso domande pensate per scuotere e per spingere a guardarsi dentro, fino alla sezione conclusiva, “Un messaggio per te” e a una lettera intima rivolta al ragazzo che era, un gesto di gratitudine verso gli anni della fatica e dei sacrifici silenziosi.
L’idea di scrivere risale al 2018, quando un’intuizione arrivata durante un corso di formazione ha acceso nell’autore il desiderio di mettere su carta il proprio vissuto. Per anni quel proposito è rimasto custodito e alimentato da una scrittura libera e liberatoria, portata avanti riga dopo riga, finché tra l’estate del 2025 e la primavera del 2026 il lavoro ha trovato la sua veste definitiva, arrivando alla pubblicazione nel giugno 2026. Tra le letture che hanno accompagnato questa scelta Bernabotto ricorda i libri di Robin Sharma, e in particolare “Il leader che non aveva titoli”, che gli ha fatto comprendere come la sua missione non fosse collezionare traguardi ma diventare un esempio utile per gli altri. Nasce così il messaggio che attraversa ogni pagina, rivolto a chiunque parta da una posizione di svantaggio: se è riuscito a costruire la propria vita chi è partito senza privilegi, con la sola forza della perseveranza e di una fede salda, allora ogni lettore può imparare a credere nelle proprie possibilità e a fare delle difficoltà il carburante della propria crescita. Un pensiero che l’autore riassume in tre parole, poste a sigillo della quarta di copertina: “Tu sei importante”.
“Il settimo figlio” è pubblicato in forma indipendente, con la cura dello studio editoriale Book Editors Group, ed è disponibile su Amazon.
Carmine Bernabotto è imprenditore, autore e direttore tecnico. Nato a Bari e cresciuto a Monte Sant’Angelo, ha trascorso l’infanzia e la giovinezza nella pasticceria di famiglia prima di dedicarsi al mondo dell’allenamento, conseguendo il primo diploma da istruttore e proseguendo negli anni la sua formazione tra corsi specialistici, master in gestione sportiva e percorsi di crescita personale. Partito da condizioni modeste, ha fatto della resilienza e della visione i punti fermi della sua esistenza, trasformando ogni ostacolo in un’occasione per salire più in alto. È il fondatore del Gold Center Club, centro d’eccellenza in cui l’allenamento fisico si unisce alla crescita mentale e alla valorizzazione della persona, e alla competenza maturata sul campo affianca quella di life mental coach. Nella sua opera prima ha scelto di mettere la propria storia al servizio dei lettori, ricavandone una guida sincera pensata per aiutare ciascuno a riconoscere e liberare il potenziale che porta dentro di sé.
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