La storia da sola può commuovere, sicuramente la realtà spesso è più generosa di spunti di quanto un film potrebbe fare. Di certo, in questo libro, la realtà è l’unica cosa che conta e che viene messa al centro: ma non di quelle realtà che si rendono manifeste e visibili. Andiamo oltre, a latere, nei sottoscala… andiamo dove tutto viene messo a tacere. Prima dentro di noi, nelle nostre abitudini… e poi sulla superficie della vita di ogni giorno. Si intitola “Libere. Storie di donne che hanno sconfitto violenza e abusi” di Armando Cecatiello libro che prova a raccontarla la violenza, da dove nasce, dalle sue abitudini… dalle sue maschere.

Le dieci narrazioni occupano il centro emotivo del libro, ma a chiusa il discorso si allarga. Le diverse forme di violenza vengono nominate e ordinate: fisica, sessuale, psicologica, economica, digitale. La postfazione insiste poi su un passaggio decisivo, quello tra diritto e psicologia. Proteggere legalmente una persona non significa automaticamente averla liberata dalle conseguenze emotive e relazionali di ciò che ha attraversato. Interessante dunque che un avvocato scelga di uscire dal linguaggio del fascicolo. Qui non contano soltanto fatti, prove e responsabilità: conta quel territorio molto meno misurabile in cui la vittima può arrivare a dubitare della propria lettura della realtà. Ed è forse uno dei meccanismi più feroci raccontati nel volume.Mi fermo sulla parola “Libere” che porta tutto il libro a divenire bandiera di rinascita, uno sprono educativo, in alcuni angoli direi anche apertamente didattico… e lo fa sempre senza nascondere questa intenzione. E probabilmente è giusto così. Non chiede di contemplare il dolore, ma di acquisire uno sguardo. Perché la prevenzione comincia anche da una forma elementare e potentissima di conoscenza: saper chiamare le cose con il loro nome.


