
“Mamma, aiutami a uscire”: bastano queste poche parole, riportate da Roberto Fiordi nelle pagine finali de L’Italia sparita, per capire quanto il libro sappia toccare corde profonde anche quando si allontana dalla semplice ricostruzione storica. Il racconto della tragedia di Vermicino, con il piccolo Alfredino Rampi intrappolato nel pozzo artesiano davanti alle telecamere di un intero Paese, chiude il saggio con un momento di sospensione emotiva che difficilmente si dimentica. Ma non è solo questo capitolo a colpire. C’è una sensibilità particolare nel modo in cui Fiordi racconta le piccole cose, i pomeriggi in spiaggia, le canzoni alla radio, i primi walkman, restituendo un’Italia fatta di gesti quotidiani prima ancora che di grandi eventi. In alcuni passaggi, la scrittura ricorda per empatia certi lavori più recenti di Gianluca Nicoletti, capace anche lui di mescolare memoria personale e osservazione sociale senza scadere nel sentimentalismo. Qui il registro resta più contenuto, quasi pudico, ma l’effetto sul lettore è simile: la sensazione di riconoscersi in un’epoca anche senza averla vissuta direttamente. Il libro non pretende di essere un trattato accademico, e proprio per questo funziona meglio quando si concede il tempo di raccontare i dettagli minimi di un’Italia scomparsa. Anche i capitoli più leggeri, quelli dedicati alla musica delle vacanze o ai primi amori sotto l’ombrellone, sono scritti con la stessa cura, come se ogni frammento di quotidianità meritasse lo stesso rispetto riservato ai grandi eventi nazionali. Un lavoro che parla al cuore prima ancora che alla memoria storica, e che merita di essere letto lentamente, senza fretta.


