
Alessandro Mosca pubblica il suo singolo di debutto radiofonico a cinquantacinque anni, e la storia dietro il brano è già di per sé materiale interessante: una relazione tossica vissuta a ventidue anni, una telefonata usata come affronto deliberato, una rottura che diventa testo quasi in tempo reale. Il punto di partenza è solido, reale, vissuto. Il risultato musicale è più discusso. Il brano ha una struttura pop accessibile e un arrangiamento funzionale, ma in alcuni punti la direttezza del testo, necessaria per raccontare una storia così specifica, lascia poco spazio all’ascoltatore per trovare la propria entrata. Certe immagini sono molto legate all’esperienza personale dell’autore e rischiano di restare chiuse in quel perimetro. È una scelta legittima, ma vale la pena segnalarla. Detto questo, c’è una coerenza tra il materiale e la forma che si apprezza: Mosca non cerca di nobilitare la storia con artifici, la racconta e basta. E in quel racconto c’è qualcosa che funziona, soprattutto nella transizione tra la prima e la seconda parte del brano, dove la tensione emotiva cresce in modo credibile. Un singolo che divide, nel senso che o ci si riconosce o si rimane fuori. Non è necessariamente un difetto.


