Ogni tanto arriva un libro che sembra parlare d’altro e invece sta parlando di tutto. “Il Grande Gioco” di Emiliano Lavorini è uno di questi. In superficie è la storia di un universo-gioco con le sue regole, i suoi Arbitri, i suoi Concorrenti che creano personaggi distribuendo crediti. Ma basta andare un poco sotto per capire che Lavorini sta raccontando qualcosa di molto più antico: perché siamo qui, come ci siamo arrivati, e cosa ha introdotto nella nostra specie quella tendenza all’autodistruzione che non riusciamo a scrollarci di dosso. Il modo in cui il romanzo costruisce l’evoluzione delle sue creature, dai primi tentativi di sopravvivenza fino alla nascita della civiltà e poi alle guerre tra gruppi dello stesso genere, ha una coerenza interna che convince. Non è solo fantascienza speculativa: è un tentativo onesto di dare una forma narrativa a domande che la filosofia e la scienza inseguono da secoli. Viene in mente, in certi passaggi, la fantascienza visionaria di Arthur C. Clarke, quella capace di guardare l’umanità da lontanissimo senza perdere l’affetto per essa. Lavorini non raggiunge quelle vette, è alla sua prima prova narrativa, ma la traiettoria è quella. Il finale lascia aperta la porta su un confronto con altre civiltà del gioco cosmico, e la sensazione, chiuso il libro, è che la storia non sia davvero finita. Che ci sia ancora qualcosa da raccontare.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.