
“Ritratto di donna – Tra Eros e Follia” è un libro che chiede molto al lettore. Non in senso formale, la scrittura è accessibile, a tratti persino ridondante, ma in senso emotivo: le storie che racconta pesano, e Pignataro non si preoccupa di alleggerirle. Il romanzo alterna la vicenda di Rosalia, nobildonna siciliana dei primi del Novecento, a quella di Anna, donna contemporanea che ne ritrova il diario segreto. La Sicilia aristocratica è ricostruita con una cura documentaristica che si sente: dialetto usato con misura, rituali sociali precisi, un senso del luogo che va ben oltre la cornice decorativa. In questo la scrittura di Pignataro ricorda per certi aspetti la capacità di certi romanzi di Elena Ferrante di rendere viscerale il rapporto tra femminilità e contesto sociale, pur essendo molto diversa nello stile. La parte più discutibile è quella contemporanea, dove la caratterizzazione di Anna oscilla tra l’autoanalisi lucida e l’autocommiserazione, senza trovare sempre l’equilibrio giusto. Alcune scene nella Palermo di Anna sembrano esistere principalmente per speculare su quelle di Rosalia, piuttosto che avere una vita propria. Resta però il fatto che questo romanzo affronta temi raramente trattati con altrettanta franchezza: la violenza coniugale normalizzata, la manipolazione materna come forma di potere, la follia indotta come strumento di controllo. Non è un libro che si dimentica, anche dove stanca. E questo, in fondo, è già un merito non da poco.


