Con la nuova versione di “D’yer Mak’er”, Uniplux sceglie uno dei brani più laterali del repertorio Led Zeppelin per costruire un progetto che parla di ibridazione musicale, suono organico e libertà stilistica

Nella storia del rock esistono dischi che funzionano come mappe geografiche e altri che assomigliano a laboratori aperti. Houses of the Holy, pubblicato dai Led Zeppelin nel 1973, appartiene decisamente alla seconda categoria. È l’album nel quale la band di Jimmy Page e Robert Plant comincia a smontare parte della propria grammatica hard rock per avventurarsi dentro territori meno prevedibili: funk, soul, psichedelia, suggestioni reggae, sperimentazione ritmica.
Dentro quel mosaico sonoro, “D’yer Mak’er” rimane ancora oggi uno degli episodi più divisivi, ironici e musicalmente irregolari del catalogo Zeppelin. Ed è probabilmente proprio per questo che Uniplux ha deciso di ripartire da lì.
Scegliere “D’yer Mak’er” nel 2026 significa compiere una dichiarazione di poetica piuttosto precisa. Non il rifugio dentro il rock monumentale dei grandi anthem, ma il recupero del lato più contaminato, curioso e imprevedibile del linguaggio rock.
La nuova versione firmata da Fabio Nardelli/Uniplux lavora esattamente su questo equilibrio.
L’aspetto interessante del progetto non è tanto il confronto con il mito Zeppeliniano in sé — terreno sul quale molte operazioni finiscono inevitabilmente per schiantarsi — quanto il modo in cui il materiale originale viene rimesso in circolo. Il punto non è replicare il suono del 1973. Il punto è capire se quello spirito di contaminazione possa ancora produrre qualcosa di vivo oggi.
La risposta, nel lavoro di Uniplux, passa attraverso il suono.
La produzione privilegia una dimensione organica, quasi tattile. Le chitarre non cercano il gigantismo vintage da collezionisti del rock analogico; funzionano invece come motore dinamico di un impianto musicale nel quale il groove mantiene un ruolo centrale. Il dialogo tra elementi rock e pulsazione reggae resta presente, ma senza caricature filologiche.
Ed è qui che emerge la natura più interessante del progetto: la contaminazione non viene trattata come formula estetica, ma come metodo musicale.
Non sorprende allora trovare coinvolto Dave Sumner, chitarrista cresciuto dentro l’ecosistema musicale della Londra anni Sessanta e successivamente attivo anche nella scena italiana. La sua presenza aggiunge una memoria rock concreta, vissuta, lontana dalle mitologie ricostruite a posteriori.
Accanto a lui, Fabio Varrone/Anarchybrain introduce ulteriori sfumature in un lavoro che sembra voler sfuggire costantemente alle definizioni troppo comode.
Ma il cuore dell’operazione rimane Uniplux.
Chi segue il percorso artistico di Fabio Nardelli sa che il rapporto con il rock non è mai stato puramente stilistico. Dalla matrice punk degli esordi fino alle produzioni più recenti, il suo lavoro ha sempre mostrato interesse verso le zone di frizione tra linguaggi, identità musicali e tensione culturale.
La nuova “D’yer Mak’er” si inserisce perfettamente dentro questa traiettoria.
In un panorama musicale dove il concetto di contaminazione è spesso diventato slogan di marketing, Uniplux sembra ricordare una cosa semplice: il rock è nato ibrido. Ha sempre funzionato così. Mischiando influenze, spostando confini, sabotando le categorie.
Forse è proprio questo il senso più profondo dell’operazione: non rifare i Led Zeppelin, ma riaprire, almeno per qualche minuto, il loro laboratorio creativo. E dimostrare che quella lezione può ancora produrre rumore, movimento e identità sonora.
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