PECHINO – Lo scontro sull’Iran rischia di trasformarsi sempre più apertamente in un nuovo terreno di confronto tra Stati Uniti e Cina. Pechino ha respinto con fermezza la nuova offensiva economica americana contro Teheran, definendo illegittimo il ricorso alle sanzioni unilaterali e avvertendo Washington che adotterà «tutte le misure necessarie» per difendere i propri diritti e interessi. Una presa di posizione destinata ad aumentare la tensione internazionale proprio mentre gli Stati Uniti stanno cercando di stringere ulteriormente la morsa economica intorno alla Repubblica islamica. A parlare è stato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian, secondo il quale Pechino si oppone fermamente alle sanzioni unilaterali prive di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Cina sostiene inoltre che la propria cooperazione con l’Iran avvenga nel quadro del diritto internazionale e non debba quindi essere ostacolata da decisioni assunte unilateralmente da Washington. Il punto centrale dello scontro riguarda soprattutto le cosiddette sanzioni secondarie: gli Stati Uniti non intendono infatti limitarsi a colpire direttamente Teheran, ma stanno aumentando la pressione anche su aziende, intermediari e soggetti stranieri che continuano a intrattenere rapporti economici con l’Iran. L’ultima offensiva americana interessa circa sessanta tra individui, entità e navi e punta a colpire settori strategici come tecnologia, oro, aviazione, trasporto marittimo e circuiti finanziari. Le principali istituzioni finanziarie cinesi non sono state finora direttamente coinvolte, ma il messaggio arrivato da Washington è chiaro: nessun soggetto che continui a sostenere economicamente Teheran può considerarsi automaticamente al riparo dalle conseguenze. Ed è proprio questo principio che Pechino rifiuta. La Cina considera la strategia americana una forma di «guerra economica» e di «massima pressione» che, anziché favorire una soluzione della crisi, rischierebbe di alimentare ulteriormente tensioni e conflitti, destabilizzando l’ordine economico e finanziario internazionale. Dietro il confronto diplomatico esiste inoltre una questione energetica fondamentale. La Cina rappresenta da anni il principale acquirente del petrolio iraniano e un eventuale tentativo americano di interrompere definitivamente questi flussi potrebbe trasformare la pressione contro Teheran in uno scontro diretto con gli interessi strategici cinesi. Washington si trova quindi davanti a un equilibrio estremamente delicato: isolare economicamente l’Iran senza provocare contemporaneamente una crisi finanziaria e commerciale con Pechino. La stessa amministrazione americana sembra consapevole dei rischi derivanti da un eventuale attacco sanzionatorio contro le grandi banche cinesi. Ma la nuova linea statunitense indica comunque la volontà di rendere sempre più costoso mantenere rapporti con Teheran. La risposta cinese segna dunque un passaggio politico importante. Pechino non sta semplicemente difendendo l’Iran, ma rivendica il diritto di stabilire autonomamente le proprie relazioni economiche e commerciali senza sottostare alle decisioni extraterritoriali degli Stati Uniti. Il rischio è che la crisi iraniana diventi così un ulteriore capitolo della competizione globale tra Washington e Pechino. Una guerra nata sul terreno militare e trasferitasi sempre più sul piano economico potrebbe infatti coinvolgere petrolio, banche, commercio internazionale e catene di approvvigionamento. E se la pressione americana dovesse arrivare direttamente al cuore del sistema finanziario cinese, il confronto assumerebbe una dimensione completamente diversa. La frase pronunciata oggi da Pechino, «tuteleremo i nostri interessi», rappresenta quindi molto più di una protesta diplomatica: è un avvertimento a Washington affinché la guerra economica contro l’Iran non oltrepassi quella linea oltre la quale entrerebbero direttamente in gioco gli interessi strategici della Cina.

Michel Emi Maritato

Giornalista, esperto in questioni Medio Orientali, corrispondente Gerolosomitano, psicologia giuridica e criminalità organizzata.

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Giornalista, esperto in questioni Medio Orientali, corrispondente Gerolosomitano, psicologia giuridica e criminalità organizzata.