
C’è una malinconia particolare in Non volo mai, il nuovo singolo di Randolph Carter, che colpisce fin dai primi ascolti. Non è la malinconia plateale di certe canzoni pop, ma qualcosa di più sommesso, quasi trattenuto, come la vita del protagonista che il brano racconta: un muratore di quarant’anni, stanco, con una famiglia da portare avanti e un cielo che ha smesso di regalargli meraviglia. Randolph Carter, pseudonimo del giovanissimo Roberto Pio Capotosti, scrive con una sensibilità che sorprende per l’età, evitando toni patetici e affidandosi invece a immagini semplici ma efficaci: palazzi in costruzione, castelli di cartone, un’autostrada trafficata. Il momento più intenso arriva quando l’autore si descrive come un airone che sverna pure con il sole e che non vola mai, sintesi perfetta di un potenziale rimasto fermo, di un desiderio mai davvero realizzato. È un’immagine che resta impressa, capace di raccontare più di mille parole la condizione del protagonista. Il brano non cerca soluzioni facili né consolazioni finali, e proprio in questo sta la sua onestà. Musicalmente accompagna con discrezione il racconto, lasciando che sia il testo a guidare l’ascolto dall’inizio alla fine. Non volo mai non è un brano che stupisce per innovazione sonora, ma conquista per la capacità di restituire un’emozione autentica, senza filtri e senza compromessi. Un esordio che promette bene, capace di parlare a chiunque abbia mai sentito il peso di un sogno rimasto a terra. Anche il respiro melodico asseconda questa scelta, evitando artifici e lasciando che il racconto proceda con naturalezza, quasi in punta di piedi. Un aspetto che rende il brano credibile fin dal primo ascolto, senza bisogno di ricorrere a effetti sonori particolarmente elaborati.


