Leggere La Grande Bambina significa accettare di essere condotti per mano dentro una casa che non ha mai davvero offerto rifugio, e uscirne cambiati. Serena Marino chiude il suo romanzo d’esordio con una frase rivolta a se stessa bambina: “Grazie piccola grande bambina; ora puoi tornare a giocare perché adesso ti proteggo io”. È il momento in cui il libro smette di essere soltanto racconto e diventa gesto di cura, quasi una promessa mantenuta a distanza di decenni. Il percorso per arrivare a quella frase, però, non è sempre lineare quanto potrebbe essere. Alcuni snodi emotivi, in particolare quelli legati al rapporto con la madre, vengono ripresi più volte nel corso del libro senza che la loro evoluzione risulti sempre chiara a chi legge: si intuisce un cambiamento, ma non se ne coglie sempre il momento preciso in cui avviene. Una mappa emotiva più definita, in quei passaggi, avrebbe aiutato a orientarsi meglio nel prima e nel dopo. Resta però la sensazione di un libro necessario, scritto non per cercare compassione ma per restituire ordine a una vita che per troppo tempo ha dovuto procedere senza una guida. Marino non si nasconde dietro la finzione, non addolcisce nulla, e proprio per questo chi legge le crede fino all’ultima pagina. È una lettura che chiede tempo, non per la lunghezza delle pagine, ma per il peso di ciò che custodiscono.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.