Il nuovo progetto musicale nasce da un’alba mediterranea e cresce come preghiera laica, nutrita di esperienze e viaggi. “Spirit” è un ponte tra terre e anime, un dialogo continuo tra materia e invisibile. Mattaliano riflette su musica, identità, silenzio e futuri ancora da scrivere.

Nel comunicato si parla di “fragilità della materia” e di spiritualità come ricerca. Quanto il brano racconta anche una tua trasformazione personale?
La musica è il mio urlo, il mio canto, la mia preghiera. È il modo in cui cerco di dare senso al mio mondo, di capire il mistero dell’esistenza. Ma non è solo una trasformazione personale, è anche una trasformazione universale, di bacio d’arte indefinito. Spirit narra il grido gentile di tutti gli uomini, di tutte le creature, che cercano di superare la loro fragilità, di raggiungere l’eternità attraverso l’amore, apice di generosità.
Il tuo sound unisce jazz, etnico, contemporaneo, improvvisazione: una contaminazione viva. Cosa significa per te libertà stilistica?
Significa poter attingere da diverse fonti, da diverse culture, da diverse epoche, poter essere influenzato da tutto ciò che mi circonda, dalle persone che incontro, dalle storie che sento, dalle emozioni che provo, dalle letture letterarie e filosofiche. Bisogna anche liberare l’istinto per cercare di creare qualcosa di autentico, di vivo e udibile.
Spirit è meditazione, ma anche viaggio. Se dovessi descrivere il brano senza parlare di musica, quali immagini o movimenti useresti?
È un fiume che nasce dalle profondità dell’inconscio e si getta nel mare dell’infinito, sotto forma di suoni d’amore.
Hai collaborato con Tosca, Sting, Baglioni, Rossana Casale e molti altri. Cosa hai portato da questi incontri dentro questa composizione così introspettiva?
Sono stati tutti incontri magici, con Tosca ho collaborato per dieci lunghi anni con più di trecento concerti, un viaggio di percezioni e umanità di anima poetica. La musica ha necessità di divenire un linguaggio universale, soprattutto quando si collabora con altri artisti creativi legati alla canzone d’autore, con loro si tende a creare qualcosa di intenso, di multipotenziale, forse meno libero ma con un’unica idea scenica. Io ho un’anima mediterranea e medio orientale a parte che essere italiano e cittadino del mondo. L’arte degli incontri artistici sono inquadrati da attimi di bellezza senza ritorno e così sono state tutte le mie innumerevoli collaborazioni.
Quale futuro immagini per il tuo Ensemble? Più sperimentazione, più spiritualità o un ritorno verso forme ancora inesplorate?
Ho sempre amato realizzare degli Ensemble vivendoli come laboratori di idee, un luogo di incontro e di creazione. La Sicilia, la mia isola, è un luogo magico, dove il passato e il presente si incontrano, dove la storia e la leggenda si confondono, dove ogni passo del territorio è musica da scoprire. Immagino il mio Ensemble come un gruppo di viaggiatori, di esploratori, di musicanti che si muovono tra le isole e le coste del Mediterraneo, portando con sé la melodia e la spiritualità di questo mare antico. Vorrei creare musica che sia un ponte tra le genti, tra le culture, tra le religioni, senza dimenticare le forme tradizionali, le radici della nostra musica. E’ mio desiderio continuare ad esplorare la musica popolare siciliana, la musica araba, la musica africana e fonderle con la musica contemporanea, con la sperimentazione, con la creatività.
Se ogni ascoltatore fosse una porta chiusa, quale chiave speri che Spirit sia in grado di aprire?
La poesia dell’amore e la ricerca tra arte e scienza sonora, sono le visioni più vere che posso immaginare come stato di benessere. In un mondo dove la tecnologia e la globalizzazione sembrano aver creato un villaggio globale ma anche un senso di isolamento e di disconnessione, io spero che Spirit possa andare oltre le sue note aprendo le porte della comunità, della condivisione, della cooperazione, dell’empatia e della solidarietà.


