Zairo Ferrante pubblica un’opera che attraversa confini: poesia, intelligenza artificiale, sentimento umano. Le poesie parlano al lettore, l’AI risponde con lucidità, l’autore osserva, accoglie e rilancia. Un libro che nasce come sfida e diventa ascolto, non nostalgia del passato ma ponte verso ciò che saremo.

Il comunicato stampa definisce il tuo libro un “dialogo tra cuore e algoritmo”: quanto ti riconosci in questa descrizione?

Molto. Sono un medico radiologo interventista: la mia vita è un dialogo continuo tra cuore e scienza, tra uomo e macchina, tra possibilità e risultati concreti. Questa definizione non mi veste: mi coincide.

Com’è stato affidare le tue poesie più intime, spesso scritte in anni diversi della tua vita, a una macchina che non ha vissuto alcuna esperienza umana?

Paradossalmente, mi ha fatto sentire più umano che mai. La perfezione delle risposte dell’AI si scontrava con la fatica con cui io, negli anni, avevo inciso quelle parole sulla carta. Ripensare alla sofferenza, al peso e alla gioia che c’erano dietro ogni verso mi ha restituito una sensazione precisa: io sono infinitamente più complesso di qualsiasi algoritmo. Mi sono sentito parte dell’universo, figlio di un Dio immensamente — e follemente — grande. Nel confronto con la macchina, io ero l’unico vero umano in campo. Nel bene e nel male.

Molte tue opere precedenti raccontano l’uomo, l’anima, i luoghi interiori: con “Io che amo, raccontato da ChatGPT” sembra emergere una nuova fase del tuo percorso. È così?

Non è una nuova fase: è un continuum. Finora avevo osservato il progresso invitando i lettori a preservare la propria anima in un mondo ipertecnologico. Con questo libro ho fatto un passo ulteriore: non mi sono limitato a osservare la tecnologia, ci ho messo davanti la mia anima. L’ho confrontata — senza filtri o timori — con la non-anima delle macchine.

In quali passaggi del libro hai sentito che l’AI ha davvero colto una sfumatura che forse nemmeno tu avevi notato?

Quasi in tutti i commenti ho riconosciuto lampi — più che sfumature — di lucidità. È normale: la macchina vive di lucidità, è il suo unico vero talento. Io invece considero l’eccesso di lucidità un difetto, soprattutto in poesia. Lì contano i sentimenti, non la chirurgia del pensiero.

Hai scritto che preferisci essere “incompreso dagli uomini, piuttosto che falsamente compreso da una macchina”: cosa ti ha fatto scegliere comunque di pubblicare questo esperimento?

La speranza che anche i miei lettori possano scegliere la stessa cosa. Che leggendo capiscano quanto sia prezioso essere compresi veramente — anche male, anche poco — ma da un altro essere umano.

Cosa immagini per il futuro del Dinanimismo e per la tua produzione letteraria dopo un progetto così unico e innovativo?

Immagino che ci saranno altri progetti, altri esperimenti, altre contaminazioni. Il Dinanimismo ha sempre messo al centro il movimento, il divenire, la rinascita: l’arte come dinamismo dell’anima. Un mare in continuo moto e un mare non finisce mai.

Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.

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Di Marco Vittoria

Sono Marco Vittoria, futuro architetto con l’hobby della scrittura. Appassionatissimo di musica, cinema ed arte, con una predilezione verso tutto ciò che riguarda gli anni ottanta e la pop art.