Alessandro Benati firma con «L’ultimo arcano» un romanzo intenso e profondo, dove i Tarocchi diventano metafora del cammino interiore. Tra spiritualità, esoterismo e passioni umane, l’autore invita il lettore a scoprire il senso nascosto degli eventi e a riconoscere nel caso un disegno più grande

Alessandro, è un piacere averti qui. Il legame con gli Arcani Maggiori dei Tarocchi è centrale. Credi che la simbologia esoterica possa avvicinare o allontanare i lettori?
Ho cercato naturalmente di dosarla proprio per non annoiare il lettore, lasciando che potesse sorgere – in chi vuole – una sana curiosità per quei temi. È per tale motivo che il personaggio di Bordoni ha subito una notevole ridimensionata. Con un po’ di orgoglio credo di essere riuscito a inserire in un romanzo di passioni umane intense temi che solitamente si “studiano”.
C’è un Arcano che senti più vicino al tuo percorso personale o che ritieni centrale per la storia?
Il primo citato, che è anche considerato il punto d’inizio del percorso iniziatico associabile ai Tarocchi: Le Bateleur, il Bagatto. Gli ho riservato infatti l’onore e l’onere di aprire il romanzo. Mi identifico molto in quelle poche righe che ho riportato all’inizio di ogni capitolo. Nel caso del Bagatto mi ritrovo nella frase: “Mia è la volontà di agire”. È anche fondamentale per lo svolgersi di tutta la storia. L’avvocato protagonista, per quanto riluttante nell’anima, vuole andare fino in fondo a questo compito testamentario per certi versi ingrato, e infatti si mette in viaggio.
In che modo i simboli e gli archetipi hanno guidato le scelte narrative e stilistiche del libro?
I simboli, specie quelli dei Tarocchi, sono stati in un certo senso “applicati” a posteriori, intervenendo come nel montaggio di un film, inducendo casomai spostamenti di scene/capitoli e piccoli tagli. Gli archetipi invece, o meglio certe concezioni dell’esistenza a cui posso avere attinto dall’esoterismo, specie quello occidentale, sono stati scelti a priori. Volevo parlare di certe cose, limitatamente al modo in cui se ne può parlare in un romanzo, per non trasformarlo in un saggio. E questi temi sono appunto il karma e le ripetute vite terrene. L’importante però, è stato mantenere i piedi per terra, cioè creare una storia profondamente umana, di passioni veramente umane.
Quanto peso ha, secondo te, la componente spirituale in una narrazione contemporanea come la tua?
Ne ha parecchia, ma credo non debba essere preponderante. Deve (o dovrebbe) restare nello sfondo, come il “basso bordone” in certe forme musicali non deve coprire la melodia. Un esempio è l’idea che il caso non esiste. Bordoni tenta di spiegarlo al protagonista, dato che questi è convinto del contrario. Ma deve essere la vita stessa del protagonista a farlo riflettere sul fatto che forse non esiste davvero. La spiritualità, infatti, a mio avviso non si insegna, si possono consigliare le persone a coltivarla, come fa Bordoni con il protagonista, ma è solo la vita che crea le condizioni affinché ognuno di noi possa fare le proprie esclusive e personalissime esperienze in tal senso.


