La Commissione Politiche del Lavoro del Comitato Romani per Roma nella persona dell’Avv.Raffaele Trivellini, dichiara:
“La nuova disciplina sul contratto a tutele crescenti di cui al D.Lgs. n. 23 del 2015 ha, almeno nel breve termine, certamente contribuito, insieme all’esonero contributivo, a creare nuova occupazione (anche se principalmente attraverso con la stabilizzazione dei cosiddetti “precari”), ma ha contemporaneamente creato, nei fatti, una sorta di generale “immobilismo” lavorativo.
I lavoratori cui si applicano le “vecchie” tutele sono, infatti, poco propensi a cambiare lavoro e datore di lavoro per non vedersi applicare le nuove e meno convenienti tutele in caso di licenziamento illegittimo.
Ciò che, in ogni caso, lascia maggiormente perplessi è come si sia potuti partire dalla cessazione del rapporto di lavoro (D.Lgs. n. 23/2015) o dal sostegno ai disoccupati (D.Lgs. n. 22/2015), anziché muovere, come era più logico che fosse, dalla costituzione del rapporto e, in particolare, dallo sviluppo delle condizioni per favorire politiche occupazionali espansive.
Se, del resto, la evidente diminuzione di tutele in caso di licenziamento non si accompagnerà, oltre che ovviamente ad una stabile politica di investimenti e di maggiori e stabili incentivi alle aziende, ad un forte e strutturale intervento (nazionale, regionale e territoriale) in tema di politiche attive del lavoro (non inteso come sostegno economico ai disoccupati, ma come effettiva formazione, reale accrescimento e valorizzazione delle specializzazioni e professionalità possedute da ciascuno, orientamento professionale anche degli inoccupati e persino delle persone “scoraggiate” e non in cerca di lavoro e “liberalizzazione” e potenziamento dei soggetti autorizzati all’incontro tra domanda ed offerta di lavoro) che renda il mercato del lavoro più dinamico, non assisteremo di certo ad un aumento strutturale ed effettivo dell’occupazione e, a monte, ad un necessario potenziamento in termini di creazione delle condizioni favorevoli all’impiego ed al lavoro e, quindi ed in ultima analisi, della “occupabilità”. E su tale versante si è fatto sinora decisamente poco e si sono spesi solo fiumi di parole non seguite dai fatti.
Certo la nuova disciplina (nota ai più come jobs act come se la nostra lingua non fosse sufficientemente ricca di vocaboli) può essere migliorata e rivista, ma francamente la logica sinora seguita degli eventuali futuri correttivi da introdurre successivamente mal si adatta ad un diritto del lavoro che vive della sua quotidiana applicazione e che è, a differenza di altri ambiti giuridici, assorbe le novità con estrema rapidità e rende assai problematici ripensamenti e modifiche che finirebbero per accrescere ingiustificatamente differenziazioni e stratificazioni di tutele.
Oggi più che mai vanno superate la logica dei provvedimenti “tampone” e della eterna sperimentalità che si è seguita negli ultimi anni e le rigidità attualmente esistenti privilegiando seriamente la creazione di maggiori opportunità sul mercato e nel mercato e perseguendo realmente l’obiettivo di conferire al mercato del lavoro italiano quell’assetto strutturale e potenzialmente definitivo che consenta di renderlo duttile ed adattabile sia a periodi di crisi economica che a periodi di espansione dell’economia. Altrimenti qualunque riforma del diritto del lavoro che favorisca, di volta in volta ed a seconda dei momenti storici, questo o quell’attore del rapporto (da un lato, le imprese e, dall’altro, i lavoratori) rischia di essere fallimentare o, comunque, di non produrre gli effetti sperati.
Naturalmente, spetta ai poteri centrali programmare gli interventi e fare le leggi ed alle istituzioni locali applicarle adattandole alle variegate situazioni presenti o integrandole con più snelli strumenti operativi.
Ma nel Lazio non sembra francamente che ad oggi si siano compiuti passi decisivi nella direzione “maestra”della occupabilità. Anzi.
La Regione Lazio ed il Comune di Roma hanno destinato solo scarne (pressocché inesistenti) risorse al tema della occupabilità.
Eppure tale tema appare oggi più che mai cruciale per potere sperare quell’evidenziato immobilismo derivante dalle frammentarie, miopi e contraddittorie iniziative del Governo e per tentare di recuperare in sede locale quel necessario dinamismo che appare del tutto estraneo all’attuale mercato del lavoro in Italia.”


