Ho paura anch’io, lo confesso. Ma non per gli attentati.
Nutro un profondo terrore dinanzi a quanti, con semplicità -e semplicismo- disarmanti stanno sminuendo l’accaduto stigmatizzandolo tramite i social network o tramite i giornali ed i mass media tutti.
La verità è una: di fronte alla strage di Parigi, l’unico atteggiamento valido è il dolore per le vittime, la solidarietà e la vicinanza per una città simbolo della convivenza e emblema di quei valori europei che in questi giorni sembrano sotto attacco.
Ho letto tanto e non ho compreso come tanti siti vogliano, a colpi ideali di kalashnifacebook o di granatwitter, combattere questi folli, quando l’unica risposta valida da dare dovrebbe essere la cultura.
E non sembri banale rispondere con la cultura alla violenza, anzi! Dobbiamo capire per non cadere, che questi non sono musulmani, ma assassini. Come gli italiani non sono tutti mafiosi. Come i cattolici non sono tutti crociati.
Occorre mettere in campo tutta la nostra intelligenza, la nostra lucidità e con nervi saldi e una calma innaturale, dobbiamo riuscire a capire ciò che sta avvenendo in questi giorni tristi, trovare le misure adeguate.
E’ da scriteriati gridare alla paura. Al nemico. Ai fantasmi di una rivoluzione.
Se siamo in guerra, si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”.
L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa dei nostri stessi interessi (economici perlopiù).
A partire da tali avvenimenti, due questioni si impongono al “nostro” Occidente ed alla Russia.
Internamente la domanda è “come difenderci?”. Come difendere la democrazia che abbiamo costruito con tanta fatica? Ma soprattutto, al netto del terrore nelle menti di tutti, come preservare la nostra civiltà senza cadere nei turbamenti di chi ha ragionevolmente paura di quanto sta accadendo? La vendetta non può essere una chiave. Rischieremmo, anzi, di lasciare all’ISIS la resa del “nostro” modello di convivenza, per piegarci al “loro” clima di guerra.
Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia.
Inneggiare al “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale.
Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte.
Il sonno della ragione, così come il vuoto della politica, genera mostri. Usiamo l’intelligenza.

