“La letteratura è l’unico modo per mettere insieme due identità e due culture: è l’esperimento (cartaceo) dell’ integrazione contemporanea”
Ho incontrato Cristina Ali Farah in occasione della presentazione patavina del suo ultimo romanzo, Il Comandante del Fiume : mi sono scusata, in realtà non l’avevo ancora letto. Ero lì per parlarle di Madre Piccola, ovvero della sua protagonista, Domenica Axad, una giovane meticcia dall’identità sospesa tra Roma e Mogadiscio. Come la sua autrice.
Somala per parte di padre, Cristina Ali Farah è una scrittrice emergente in lingua italiana, che si racconta, nei romanzi, mettendosi a nudo, poco per volta. Minuta nella figura ed estremamente umile nei modi, comincia a parlare con voce emozionata e tremula. Ricorda l’infanzia felice passata nel Belpaese, come le scuole italiane a Mogadiscio, dove l’italiano rivaleggiava dispoticamente col somalo. La padronanza effettiva della lingua africana, avviene per la scrittrice nel tempo e non senza fatica. Ma, a testimonio della vittoria, dell’armonizzazione linguistica (e interiore) dei due mondi, Cristina Ali Farah mi spiega che ha insistito, affinchè il suo nome venisse completato, nell’ultimo romanzo, in Cristina Ubax Ali Farah. «Ubax», «fiore», è il nome d’investitura scelto dalla nonna somala, l’attestazione della sua accoglienza all’interno della lingua e del popolo che la parla. Nelle opere di Ali Farah la tematica della lingua è molto viva, anche nelle raccolte di poesia. Nei due romanzi pubblicati, i già citati Madre Piccola e Il Comandante del Fiume, l’autrice mette in scena protagonisti somali o di origine somala che tentano di ambientarsi e ricostruire la loro vita sul suolo italiano, in un processo di traduzione continua, che oltrepassa i confini di quelle entità apparentemente monolitiche che sono le lingue nazionali.
Domenica Axad, che chiama se stessa «italosomala, iska-dhal, nata-insieme, nata mescolata» , altri non è che la Cristina dal nome blasfemo e impronunciabile in Somalia e l’esotica Ubax in Italia. Nel colore meticcio della sua pelle, Cristina, come Domenica, porta i segni visibili di una mediazione linguistica e culturale: «scrittura e letteratura sono l’unico modo per mettere insieme due identità e due mondi così diversi come l’Italia e la Somalia. In questo senso scrivere è anche un po’ vincere la nostalgia dell’una e dell’altra. Io mi sento una privilegiata per questa condizione di entre deux, ma … è anche faticoso!».
Cristina, in entrambi i romanzi fa uso dell’indiretto libero per dare voce ai suoi personaggi, rendendo la « rappresentazione della voce dell’altro » la più sincera possibile: non vi è mai la sensazione di un quadretto preconfezionato e la lettura diventa un «mettersi in ascolto». L’indiretto libero è un sostituto più autentico del dialogo tra narratore e personaggio o più personaggi: esso si dimostra infatti strumento principe di mediazione dell’alterità, di dehors et dedans a confronto. Ma non è il solo: molti altri sono i riferimenti-vessillo di mediazione. Un esempio è il nome della stessa protagonista di Madre Piccola, Domenica Axad, figlia di padre somalo e di madre italiana: da un lato il giorno del Signore, ad indicare l’appartenenza culturale e geografica all’area cattolica e «Axad», una parola che in arabo significa «uno», o anche l’inizio della settimana.
ueste opere, un po’ come ha detto Cristina Ali Qnnbdj Nei libri degli “scrittori migranti”, come vengono oggi spesso inadeguatamente definiti gli autori come Ali Farah, vengono messi in parallelo e coabitano valori di più culture. Proprio attraverso l’espediente letterario, il lettore può entrare in comunicazione con realtà molto problematiche, spesso a lui più vicine di quanto non si sforzi di pensare. Ciò favorisce indubbiamente lo sviluppo di un suo approccio critico al reale e lo accompagna verso la scoperta (e la comprensione) di una cultura diversa dalla propria. Ugualmente messa in discussione, e di riflesso esplorata, studiata. Amata.