Nelle scorse settimane, subito dopo il tragico attacco alla redazione del giornale satirico ‘Charlie Hebdo’ a Parigi, ho visto tra le tante vignette una che ha particolarmente attirato la mia attenzione. “Che strage indosso oggi?” la intitolerei senza troppo pensare, usando le parole di altri giornalisti ben più noti.
Che strage indosso oggi? In fin dei conti, c’è sempre un motivo per manifestare, un motivo per vestire a lutto, un motivo per dire la propria. O no? Magliette parlanti con scritte, motti, parole che gridano a questa o a quell’altra rivoluzione.
Da “Je suis Charlie” a “NO TAV”, da “riportiamo a casa i Marò” a “STOP BOMBING GAZA”… Il tipo nella vignetta non sa cosa gli piacerà e cosa indosserà quel giorno, poiché la sua maglietta (la sua idea) non dipende dal proprio gusto personale (il proprio pensiero critico) ma da ciò di cui parlano gli altri. E’ la rivalsa delle notizie: tutti parlano di tutti, ma si parla solo di ciò che piace a tutti!
Ampliando, possiamo parlare di hashtag, di fanpage, di contatti. Su Twitter e Facebook esplodono le dichiarazioni, gli avatar creati appositamente per far lievitare la notizia, e quasi sempre chi li adotta ignora che ‘avatar’ è una parola sanscrita che significa “incarnazione di un dio“.
Nel frattempo, il messaggio diventa rapidamente virale. E politico. Si impongono simboli di partiti, si fanno proclami e si vede subito il grande difetto di internet: se da un lato è un potente mezzo capace di incarnare le notizie e diffonderle ovunque nel globo, dall’altro convince le masse conformiste di avere un’opinione indipendente, un’idea unica e libera solo perché scrivono su un social network.
Ad esempio, il fatto che l’hashtag #jesuischarlie abbia superato i tre milioni e mezzo di tweet in sole 24 ore non ha -credo- rafforzato le conoscenze di alcuno in merito all’Islam, al Cattolicesimo o a qualsiasi altro credo religioso. Idem con #mattarellapresidente, che tra la satira e la speranza regalataci da un nuovo Presidente della Repubblica , è sparito poco dopo, scoppiando come una bolla di sapone.
Il grosso rischio cui andiamo incontro è che si vada a diffondere la diffusione esclusivamente delle idee cosiddette “virali” più simili a magliette che a concetti e pensieri.
E le magliette, dopo un po’, puzzano.

