di Elena Sparacino

Non può che aver attirato la mia attenzione quella la pubblicità che annuncia, in occasione di questo Natale, l’introduzione di uno spettacolo del Cirque du Soleil (Due mondi lontani, 2012) nei palinsesti della TV in chiaro. Proprio la compagnia originaria del Québec, nota per le sue strabilianti evoluzioni acrobatiche, costituirà lo spettacolo di punta in occasione di EXPO 2015: «Allavita!» andrà in scena per tre mesi di repliche – dal 6 maggio al 23 agosto 2015 – all’Open Air Theatre da 12mila posti allestito a Milano fra i padiglioni di Rho-Pero.

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Il progetto dell’Open Air Theatre che ospiterà il Cirque du Soleil, allestito a Milano fra i padiglioni di Rho-Pero, potrà contenere tra parterre e gradinate fino a da 12mila posti (4.500 seduti, 7.500 in piedi).

Si annuncia essere “un importante progetto culturale ed educativo per l’Italia e per il mondo”: «Siamo orgogliosi di portare la creatività del Cirque du Soleil in questa esposizione così importante per l’Italia e per il mondo», spiegava Yasmine Khalil, presidente del gruppo canadese, a settembre sul Corriere: «La nostra produzione esclusiva per Expo riproporrà il tema della nutrizione con uno stile innovativo, divertente e stimolante». Sul filo di una narrazione, si succederanno così diverse esibizioni di acrobati, clown e esperti di danze aeree, in un susseguirsi vertiginoso di rievocazioni ed effetti scenici che sfrutteranno anche strategie che incentivino la partecipazione collettiva del pubblico. Le condizioni? Unico spettacolo a pagamento dell’evento mondiale, il biglietto si aggirerà attorno ai 30 euro (inferiore rispetto al prezzo usuale), giudicato consono a un introito che ricopra la spesa di 8 milioni e 415mila euro investita nello show. Proprio i giorni scorsi inoltre, il Cirque – ora in scena con Quidam – ha fatto sosta a Milano per selezionare 20 artisti italiani (tra acrobati, clown e danzatori) da integrare nello show, come stabilito nel contratto firmato con la società Expo: sul palcoscenico, dei circa 65 artisti, secondo accordi una percentuale dovrà essere italiana, come pure gran parte della squadra, dagli aiuto truccatori alle sarte e allo staff di pre-produzione.

Tuttavia, una simile decisione non è stata accolta di buon grado. La suggestione generale è quella che si tratti di un palliativo, che a partire da ottobre ha riacceso le polemiche, in concomitanza con l’annuncio del programma del Cirque du Soleil. La concretizzazione dell’evento ha semplicemente riavvampato delle braci risalenti allo scorso febbraio, quando la notizia dell’appalto appalto nasceva come un incarico esplorativo, a fronte del quale solo l’étoile Roberto Bolle aveva rivendicato l’arte scenica italiana criticando la scelta di non sfruttare l’occasione di vetrina per valorizzare la tradizione nostrana – richiamando dal melodramma alla Commedia dell’Arte, fino a eccellenze milanesi come la Scala o il Piccolo Teatro. Per amor di verità, bisogna riconoscere che quella del Cirque non si tratta di una scelta completamente inedita: il gruppo acrobatico aveva animato il padiglione canadese appena in occasione di Shanghai già per l’Expo 2010, riscuotendo il consueto grande successo di pubblico internazionale. Se però – come qualcuno maligna – sicuramente l’appalto risponde al gradimento dei grandi operatori turistici internazionali e dei direttori marketing, in rete si è aperta un’occasione di riflessione e dibattito a partire dall’appello su change.org lanciato e firmato da Piero Maccarinelli. Rivolto a Dario Franceschini, il regista domanda al ministro dei Beni culturali «di voler considerare come più utile un diretto coinvolgimento delle eccellenze italiane in luogo di artisti di altri Paesi», suggerendo apertamente di intervenire per non buttare via l’occasione di mostrare ai milioni di visitatori attesi per Expo il valore della nostra produzione artistica. La petizione in un paio di settimane ha raccolto circa 700 firme da tutta Italia (continua oltre la foto):

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Se però Expo spa si è impegnata a scritturare effettivamente solo il Cirque du Soleil, vi sono numerose altre iniziative parallele in fieri e altri soggetti impegnati sul fronte culturale di Milano 2015, dal programma dei padiglioni nazionali (tra cui il Padiglione Italia, affidato a un manager culturale scafato come Paolo Verri, che ha nel curriculum tra l’altro le Olimpiadi di Torino 2006 e la nomina di Matera a Capitale Europea della Cultura 2019), fino all’iniziativa del Comune di Milano che ha lanciato Expo in Città, “un servizio gratuito a supporto degli operatori che hanno interesse a svolgere un’iniziativa ma non sanno dove rivolgersi per trovare una sede appropriata”: il progetto, nato presumibilmente anche nell’ottica di risparmio da parte di una realtà che ad oggi si ritrova impossibilitata ad investire in più produzioni di ampio respiro, si propone di conferire visibilità a artisti che vogliano proporsi, offrendo in cambio un patrimonio in termini di sedi e promozione/comunicazione a chi voglia esibirsi nei sei mesi dell’esposizione universale. All’Assessore comunale alla Cultura Filippo Dal Corno e al Piccolo Teatro spettano rispettivamente l’ideazione e il coordinamento del palinsesto, portato avanti con determinata aria di sfida e con il presupposto implicito e necessario che l’offerta culturale cittadina sappia essere di per sé sufficiente: «Siamo al paradosso – dice Sergio Escobar, direttore del Piccolo – i nostri teatri sono a rischio per cifre ben inferiori. Niente contro il Cirque du Soleil, ma mi meraviglia che si punti solo su questo. Ho visto tante Expo nella mia vita: in tutte si dava spazio alla componente internazionale, ma sempre valorizzando la cultura del Paese ospitante. Ci daremo da fare con “Expo in città”, dimostrando quanto siamo bravi anche senza un soldo».

La visione d’insieme sovente si perde e le polemiche hanno talora varcato la linea sconfinando in diatribe di natura regional-territoriale, investendo i progetti degli enti locali; un esempio è il risentimento del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che è sembrato non aver gradito l’“invasione” di campo sul territorio comunale da parte del presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni. A fine agosto (presumibilmente fuori tempo massimo per una concreta iniziativa culturale) Maroni aveva arruolato Vittorio Sgarbi come “ambasciatore” della Regione per le belle arti, al grido dello slogan “Vogliamo i bronzi di Riace”, occupandosi anche di ufficializzare deliberatamente come testimonial Expo 2015 il cantante Davide van de Sfroos in occasione del suo Acqua & Terra Tour, che dal suo sito spiega significare «un viaggio per scoprire la Lombardia, le sue bellezze, le sue culture e le sue tradizioni. In ogni tappa organizzeremo la giornata in modo da far conoscere a tutti, ma davvero a tutti, l’Expo e dare l’occasione al territorio di mettersi in vetrina con le sue caratteristiche ed eccellenze».

evento-expo-citta-500-x-320Per quanto concerne la stampa, al dibattito si sta dedicando animatamente il Giornale d’Italia di Francesco Storace, che «alla faccia di quel “Made in Italy” da difendere e promuovere a tutti costi» ha ritenuto di aver «letteralmente aperto il vaso di Pandora» con lo spazio di prima pagina dedicato alla denuncia del presidente ENC (Ente Nazionale Circhi), Antonio Buccioni. In merito, anche La Repubblica ha riportato anche un significativo commento di Elio De Capitani: «Fa impressione pensare che gli otto milioni e passa al Cirque du Soleil equivalgono a quasi otto anni di convenzioni che sostengono più di 20 teatri a Milano». A chi ha lamentato il fatto di non aver puntato su una compagnia italiana, il commissario unico di Expo Giuseppe Sala ha risposto ricordando che «Expo è un evento internazionale e abbiamo cercato un nome che fosse attrattivo e noto per tutti, in grado di inventare uno spettacolo che suscita emozioni, evoca il mondo della fantasia e richiama la forza dei sensi». Indubbiamente, la scelta appare di primo acchito discutibile, e attenta soprattutto al risvolto economico; tuttavia è solo il sintomo evidente di un problema ben più radicato, riguardante la cultura teatrale in Italia. È difficile del resto pensare che la produzione artistica italiana, spesso finanziariamente arrancante e non adeguatamente sovvenzionata durante le regolari stagioni, potesse arrivare a presentarsi preparata al confronto con un evento di simile portata, e che dinanzi la scena internazionale sia venuto meno il coraggio di puntare su un aspetto culturale a cui in Italia spesso vengono tagliati i fondi per l’implementazione.

Sembra una precisazione dovuta, infine, rifarsi alla valenza originaria dell’Esposizione universale (antenata della più moderna “Expo”), in relazione al ciclo di grandi esposizioni tenutesi fin dalla metà del XIX secolo. Circa la diatriba territoriale, uno dei tratti di definizione imposti dal BIE (Bureau International des Expositions) prevede proprio dimensioni d’area non definite: Expo non è una cosa di Milano, e assumere un tono autoreferenziale risulterebbe forse fuori luogo. Expo è una cosa dell’Italia intera. Dell’Italia per i Paesi di tutto il mondo. E, se finora è andata in prima pagina quasi esclusivamente per le speculazioni immobiliari, le tangenti e le infiltrazioni mafiose, è auspicabile che ciò che prevalga a manifestazione in corso sia un sentimento di apertura dedito a onorare il merito di aver ricevuto un’assegnazione prestigiosa di natura quinquennale com’è questa. Molto critico nei confronti di Expo 2015 è stato anche Antonio Calbi, direttore del Teatro di Roma dopo sette anni come dirigente del settore spettacolo del Comune di Milano, che su La Repubblica quest’estate commentava: «Quello che ho visto in questi anni ha dell’incredibile: dossier cambiati, concept iniziale stravolto… Ce la caveremo, all’italiana, ma è un’occasione mancata». La speranza è che sull’ombra gettata sull’Expo, a dispetto di tante interferenze o ostacoli reciproci, prevalga infine lo spirito di collaborazione di cui l’Italia, Paese dalle molte risorse, risente e ha bisogno. E poi, come ha dichiarato Del Corno, «Expo non è un’occasione produttiva, è un’occasione di conoscenza reciproca tra culture diverse che si confrontano su un tema importante come “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Non andrà nulla sprecato se Milano saprà essere un laboratorio di idee in proposito e se con “Expo in città” farà vedere al mondo la qualità della sua offerta spettacolare».

Elena Sparacino

Ci fu un tempo in cui voleva fare la giornalista; poi ha capito che quello che in realtà voleva fare era scrivere, che è una cosa diversa. Laureata in Comunicazione, ama amare le cose: soprattutto, ama il teatro su e giù dal palco, ama l’enogastronomia, ama l’arte, ama viaggiare, ama conoscere, e ama farsi contraddire scoprendo e condividendo nuovi punti di vista. «O' capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu»: per Vento Nuovo si occupa di cinema e spettacolo, con inevitabili incursioni digitali e gastronomiche.

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