L’ipocrisia e i finti buonismi non ci appartengono, quindi diciamolo chiaramente: le tensioni che sta affrontando Tor Sapienza nelle ultime settimane non sono nuove e, soprattutto, non sono una prerogativa esclusiva del luogo. È vecchia come il mondo la frase “…gli immigrati ci rubano il lavoro” e tutti gli altri corollari di un pensiero che -ahinoi!- ha da sempre attraversato la storia e le grandi migrazioni; gli stessi italiani, ora così casti e puri, sono stati spesso (e lo sono ancora in taluni casi!) additati come portatori di malattie, ladri di futuro, esportatori di criminalità, mafia, mandolino & spaghetti. La vera novità all’interno di una vicenda che segue da troppo tempo lo stesso copione logoro, sarebbe una reazione degna di definirsi tale da parte delle delle parti politiche, con idee sul tavolo e un principio di integrazione sempre più labile, nascosto da episodi di violenza ed esasperazione collettiva.

A destra si pressa verso sinistra, la sinistra fa uno, due passi indietro, i “non politici” si vergognano e si presentano come cittadini sotto mentite spoglie, e la risposta di uno dei residenti: “E se non siete politici, che siete? ‘A Caritas?” è esilarante, quasi grottesca se pensiamo sia rivolta ad un parlamentare della Repubblica Italiana… sembra un valzer di fobie, parole e colpe assegnate o meno, molte delle quali immotivate e sterili. Intervenendo durante AnnoUno il Sindaco di Roma Ignazio Marino, ha detto “La sensazione che ho avuto io è che quella sera a sbarrare la strada, a dare fuoco ai cassonetti e a lanciare pietre e bombe carta non erano i residenti. Secondo me c’erano gruppi di persone organizzate, incappucciati“. Avete capito? Il problema non è il COSA ma il CHI, ossia il metodo peggiore per comprendere e risolvere.

Poi Marino ha concluso “L’importante è non fare una passerella, ma risolvere i problemi. E io li risolverò! Prometto che ci sarò e li aiuterò!“. Io non riesco a comprendere cosa stia succedendo, lo dico con sincerità, ma non penso che sia questo il modo giusto e la via da seguire per chiudere con questi episodi di violenza e comunicare tra le parti. I problemi, a casa mia, si sono sempre affrontati insieme, non separandoci e chiudendoci ognuno in una stanza.

Lancio un’idea: non sarebbe meglio discutere con i residenti e le parti interessate dalla violenza? Non sarebbe meglio comprendere da dove deriva realmente questo “disagio sociale” tanto decantato da giornali e telegiornali? Non sarebbe meglio trovare le cause anziché polemizzare sugli effetti?

E visto che ci siamo, marzullianamente parlando, mi do una risposta.

Sì, sarebbe meglio.

Simone Dei Pieri

Simone Dei Pieri. Classe '93. Si parla di quel che si può, semplicemente.

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