di Tiziano Manna
Napoli. In occasione del Forum Universale delle Culture 2014, presso il Convento di S. Domenico Maggiore, due mostre gratuite, tanto interessanti quanto diverse per tematica, allestimento e qualità.
La prima, “words“, curata da Denis Curti, vede protagonista una serie di scatti fotografici di Luisa Menazzi Moretti. Le fotografie sono accompagnate da testi d’autore che « non le commentano, ma semplicemente aggiungono una divagazione ulteriore » in uno scambio poetico tra l’immagine delle parole e le parole stesse. Un allestimento sobrio ed essenziale accompagna il visitatore in un percorso articolato e mutevole d’interpretazione, dove l’attenzione si sposta dalla forma delle lettere al loro significato simbolico. Un omaggio alla scrittura in tutte le sue forme.
La seconda è un’installazione-progetto-ricerca della videoartista, curatrice, ricercatrice e drammaturga napoletana Alda Terracciano. Ideata, presentata e curata dall’artista, “Street of…7 cities in 7 minutes” è un progetto ambizioso che tenta di « riportare in superficie le tracce di tre viaggi migratori […] attraverso l’esplorazione della memoria ancestrale sedimentata nella vita quotidiana delle persone » ma che in realtà si rivela un viaggio fortemente didascalico con un approccio espositivo quasi accademico. Elementi d’arredo, odori, profumi, cibo e tessuti accompagano la visione non-coordinata dei sette video che, insieme alle didascalie e al materiale informativo, fanno sicuramente della mostra un’esperienza multisensoriale ma non riescono minimamente a comunicare i risultati di otto anni di viaggi e ricerche dell’artista. L’allestimento, caratterizzato da una sorta di overload intenzionale, condiziona negativamente anche l’ottimo montaggio dei video lasciandoli sospesi in un limbo tra documentario e videoarte. Nonostante il blog di riferimento contenga elementi utili alla comprensione, un catalogo avrebbe aiutato a capire ciò che sembra apparire come un mero esercizio stilistico autoreferenziale.
Possibile che due eventi nati in seno alla stessa manifestazione differiscano fino al punto da comprometterne l’autorevolezza in termini di qualità? Avere un organo di controllo che supervisioni la riuscita degli eventi e ne certifichi la qualità sarebbe una dimostrazione di rispetto non solo nei confronti delle istituzioni promotrici ma di tutti i fruitori della manifestazione, siano essi esperti o meno. Invece, sembra essere un’abitudine tutta meridionale quella di trasformare occasioni di promozione territoriale in superconduttori economici dove la qualità di ciò che potrebbe essere realizzato viene spesso compromessa lasciando spazio a mediocri risultati dal retrogusto amatoriale.

