«Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi. Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?».
Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”
Arrivo sempre troppo tardi. Treni, parole, deliri e sorrisi restano impigliati tra le dita e vengo a capo di quel grande nodo incasinato solo quando è tutto finito. Non rispetto mai gli orari della mia vita. Mi riempio di promesse e di buone intenzioni che finiscono sul lastrico di una brutta strada. Una di quelle che non ti verrebbe mai in mente di percorrere, perché è piena di ricordi che fanno a botte col presente. E’ lastricata di guance che si sfiorano per un istante, incuranti delle labbra che si muovono veloci nella loro solitudine.
Non vedevo quegli occhi spenti e sepolti da anni. Forse avevo dimenticato il suo modo di portare indietro i capelli con fare distratto, le sue parole incapaci di camminare da sole e le volontà che non reggevano l’alcool delle promesse. Mi sono scoperta a guardarlo senza particolari accorgimenti. Anni fa avrei nascosto i miei fari curiosi dietro mille bugie.
Lo guardo per non dimenticare il modo in cui fa passare tutto inosservato, se lo cerco è solo perchè sono certa che stavolta andrà bene.
Bastava poco per scoprire che ero un serbatoio di pessime scuse. Non volevo sapermi tanto stupida e incoerente. La verità è che oggi lo guardo perché è affascinante non sapere più chi sia. Non so se è ancora in grado di muoversi distrattamente per evitare il rumore dei miei tacchi, non lo so se parla ancora del suo amore finto e smantellato o se ricuce lentamente le parole per far sembrare tutto perfetto.
Poi mi vedi.
C’è il sole sulla mia testa nera e i tuoi occhi sono bagnati di scuse impossibili. Sono certa che se quest’attimo durasse per l’eternità sarebbe in grado di ridurci in cenere. Invece passa velocemente, senza raccogliere i ricordi peggiori, trasforma tutto in una nube confusa, ci siamo noi due e le nostre idee sporche di rimpianti, ci sono le nostre vite che l’hanno capito e ci portano via per sempre l’uno dall’altro. Avremmo forse potuto abituarci a quell’unica barbara volontà? Non lo so. Forse ti avrei disprezzato, mi sarei lasciata sbranare consapevolmente ancora una volta e poi l’ultima soltanto, incapace di alzare una mano e chiedere di finirla lì, una tregua insensata e piena di bocche sgualcite contro un muro qualunque.
L’ho fatto per ucciderti e volevo salvarti.
Non mi avresti amata, questo lo so bene. Saremmo vissuti così, con te lontano da questi occhi pieni di rancore, con le mani colpevoli infilate nei tuoi jeans preferiti. Sarei rimasta a guardarti sull’altro lato della via. Quello sbagliato. E’ questo che avresti voluto? Sei stato il più forte anche stavolta. Hai mollato il mio sguardo in una manciata di secondi e sei tornato sul pancione di quell’assurda donna che ti sta accanto. Se solo potessi guardarmi un’altra volta capiresti che queste stanze sono di nuovo vuote, non c’è più nessuno ad abitarle, è tutto pronto per essere demolito e oltraggiato…
Quando ti porteranno via, io cosa farò?
