Il 1° luglio di dieci anni fa moriva, a ottant’anni, il divo Marlon Brando, lasciando dietro di sé il ricordo immortale di uno dei talenti più amati del mondo del cinema. Questa sera alle 18 sul canale Iris del digitale terrestre, verrà proposto un documentario biografico in cui il critico Enrico Magrelli condurrà il pubblico in una retrospettiva dedicata all’attore.
Magrelli esordisce: «Mi stavo chiedendo: perché Marlon Brando è considerato il più grande attore della storia del cinema? In realtà, ha fatto poco più di 40 film; alcuni di questi film sono onestamente piuttosto brutti, altri molto deboli, alcuni sono stati dei grandi insuccessi commerciali. […] In realtà Marlon Brando ha portato sullo schermo un nuovo modo di recitare, un modo di vivere i personaggi che non si era mai visto», rimembrando la sua forza catalizzatrice, definito da molti come “un animale” – nel senso migliore del termine – che si muoveva prima sul palco, e poi dietro la camera, “come un felino”. Stella Adler (di cui fu allievo e dalla quale apprese le tecniche del Metodo Stanislavskij) diede di lui la definizione di “matrimonio perfetto tra istinto e intelligenza”.
Nacque a in Nebraska, da una famiglia di umili origini e dalle poliedriche discendenze; studiò alla Libertyville High School nello stato dell’Illinois ed in seguito alla Shattuck Military Academy nel Minnesota, da dove però venne espulso; a partire dal 1943 iniziò a frequentare la scuola d’arte drammatica The Dramatic Workshop (fondata da Erwin Piscator) a New York, dove iniziò la sua formazione drammatica. In particolare, la tecnica studiata incoraggiò il futuro attore a esplorare i propri sentimenti rimescendo le esperienze del suo passato: la complicata situazione familiare e il cattivo rapporto col padre, se da una parte lo segnarono profondamente, dall’altra permisero un’introspezione da cui scaturì il proprio carattere sul palcoscenico. La Adler raccontò degli insegnamenti a Brando rievocando, in particolare, un aneddoto: un giorno ordinò alla classe di comportarsi come polli, aggiungendo l’indicazione di reagire come tali a una bomba nucleare che stava per schiantarsi su di loro; pare che Brando levò lo sguardò, la fissò, e con noncuranza osservò: “Io sono un pollo. Che ne so di bombe?”.
Il debutto a Broadway avvenne appena ventenne, nel 1944, in I Remember Mama, commedia agrodolce di John Van Druten. Sempre schivo, e dedito al suo impegno nell’Indipendenza d’Israele, lavorò in altre opere fino a raggiungere il successo teatrale nel 1947 interpretando Stanley Kowalski nel dramma Un tram che si chiama Desiderio di Tennessee Williams, ruolo iconico che riprese nella versione cinematografica del 1951 e che gli valse la sua prima nomination agli Oscar. Nel mentre, Hollywood già lo aveva notato come sex symbol, e lui non mancò di dare adito a questa immagine con una via vai di donne e storie e una vita sentimentale tendenzialmente sempre molto tormentata.
Per quanto concerne la carriera, attraversò – come Napoleone – due fasi d’oro e due fasi nella polvere; tra i film che segnarono questi passaggi vogliamo qui ricordare gli anni Cinquanta con Désirée (1954, in cui interpretò proprio Napoleone Bonaparte), con Jean Simmons, con cui si ritrovò a condividere il set proprio l’anno successivo nel musical Bulli e pupe (pare che anche Marilyn Monroe avesse cercato di essere scritturata nel film, per recitare accanto a Brando, suo grande amico). In occasione dell’uscita della pellicola, in un’intervista alla trasmissione Person to Person l’attore ammise tuttavia che sarebbe stato il suo unico tentativo di musical, riconoscendo di non essere in grado di cantare e definendo il suono della sua voce come “abbastanza terribile”, tant’è che pare che più tardi avesse rivelato che i suoi cantati fossero stati la risultante di più scene tagliate e incollate in postproduzione.
Dopo un periodo di assenza dagli schermi, nel 1974 venne riportato alla gloria dal regista italiano Bernardo Bertolucci con Ultimo tango a Parigi, dove recitò con Maria Schneider ottenendo un’altra nomination agli Oscar. Il film creò però molti scandali a causa delle numerose scene di sesso presenti, tanto che molte copie vennero ritirate dal mercato e bruciate; alcune pellicole rimasero però in circolazione per poi diffondersi nuovamente pochi anni più tardi, confermando il film come un grande passo nella storia del cinema. L’idea di due sconosciuti che, senza sapere il reciproco nome, si ritrovano in un luogo fisso solo spinti dalla curiosità e desiderio per i loro randez-vous erotici, era scaturita dalle fantasie sessuali personali di Bertolucci, che affermò di aver sognato di vedere una bellissima donna sconosciuta per strada e d’aver fatto l’amore con lei senza sapere chi fosse. Pensato inizialmente per Jean-Louis Trintignant e Dominique Sanda, impossibilitati per problemi personali, e dopo i gran rifiuti di Jean-Paul Belmondo e Alain Delon, il nome di Marlon Brando saltò fuori quasi per caso, rivelandosi vincente per la resa cinematografica.
A rendere immortale Brando fu però un altro film uscito in contemporanea nel 1972, con Francis Ford Coppola che lo chiamò per interpretare Il padrino, essendo suo grande ammiratore. Poiché però l’attore aveva all’epoca appena 47 anni (dimostrandone meno per via di un aspetto ancora giovanile), al provino per la parte decise di voler dare al suo personaggio un aspetto ‘da bulldog’, recitando con del cotone in bocca per appesantire le guance e apparire più anziano: ne scaturì l’immagine di don Vito Corleone che tutti oggi conosciamo. Nonostante il personaggio austero, sul set Marlon Brando era tutt’altro che rigido e amava molto fare scherzi: ad esempio, in una scena del film in cui torna a casa dall’ospedale, riempì sotto la coperta insieme a lui la barella di pesi, costringendo i due trasportatori a portare un peso pari quasi a 300 kg. O ancora: Lenny Montana, interprete di Luca Brasi, trovava – a causa della forte ammirazione per Brando – grande difficoltà nel recitare la scena del matrimonio di Connie senza farsi prendere da profonde crisi di nervosismo dovendo recitare il proprio ringraziamento davanti al divo. Fu così che Coppola, per agevolarlo, scrisse appositamente la scena in cui Brasi prova e riprova il discorso accanto al tavolo di Michael e di Kay Adams. Pare che, per stuzzicare il collega, a un ciak Brando irruppe nella scena con attaccato in fronte un cartoncino con un insulto di ordine cameratesco!
L’interpretazione de Il padrino valse a Brando il suo secondo Oscar ma, alla cerimonia, rifiutò di presentarsi in sala come protesta per i maltrattamenti degli indiani nativi d’America da parte degli Stati Uniti e di Hollywood; al suo posto anzi delegò provocatoriamente per ritirare il premio una nativa americana, permettendole così di leggere il suo discorso di protesta. Si trattò del secondo caso nella storia del cinema – dopo George C. Scott – di non accettazione del premio. Ma non solo la condotta professionale fece parlare di lui: donne, amanti, processi, figli illegittimi e gesti eclatanti. La fine per lui arrivò silenziosa, a ottant’anni; addirittura si dice che nell’ultimo periodo dormisse con la bombola dell’ossigeno accanto al letto. L’ultima sua apparizione in tv, il 7 settembre 2001, fu accolta dai fischi, e si ritirò solo tra le colline di Los Angeles, ormai squattrinato, malato, obeso e segnato da eventi tragici (il suicidio della figlia Cheyenne e l’accusa di omicidio contro un altro dei suoi figli), un ‘animale’ sul palcoscenico che, come da sua natura, si ritira in un angolo quando sente sopraggiungere la sua ora.
Come tutte le icone più lucenti di Hollywood, tra genio e sregolatezza, ha saputo rendere la sua vita più memorabile della morte, riuscendone immortale.



