La psicologia e le modalità di suicidio.di Vincenzo Sfirro

La morte passiva, che, persino nel gioco letterario dove tutto è possibile, raramente le eroine mettono veramente in atto, avrebbe causato, nell’immaginario dei greci e dei latini una fine lenta e dolorosa, tipica di colui o colei che mediante questo atto avrebbe dovuto lavare una colpa molto pesante. Ad esprimere questa preferenza sono, infatti, sempre i giovani ragazzi o le giovani donne innamorate che, spinti dalla passione del proprio sentimento, hanno violato la fiducia paterna, in particolar modo quelle che la letteratura definisce come “eroine sedotte e abbandonate”; è questo il caso di Fedra che nutriva una passione insana nei confronti proprio figlio, di Europa che tradì la fiducia del padre per essersi invaghita di un toro, di Arianna che, innamoratasi dell’eroe Teseo, lo aiutò nell’impresa dell’uccisione del minotauro, seppur mostro, fratello dell’eroina, ecc.
Un’arma quale una spada o un pugnale, nell’immaginario della letteratura classica era, invece, capace di provocare una morte nobile e rapida: nobile poiché l’arma era quell’oggetto mediante il quale si combatteva e si conquistavano nuovi territori, il simbolo del soldato valoroso; rapida perché, se puntata dritta al cuore, sede della vita, avrebbe causato la morte immediata del suicida. Questo atto però, avrebbe richiesto anche una dose di coraggio non indifferente (anche per questo infatti era definita morte nobile), poiché l’esecutore non avrebbe dovuto affidarsi passivamente a un elemento della natura, quale l’acqua o i venti (magari lasciandosi cadere da una rupe), o a un artificio malvagio come un cappio o un veleno, che col tempo avrebbero fatto il proprio effetto, anche senza una ferma decisione di morte del suicida, ma doveva impugnare con le proprie mani un’arma, rivolgerla contro sé stesso e trafiggersi. È questo, infatti, il caso occorso alla matrona romana Arria, esempio di grande virtù femminile, che, per incoraggiare il marito Peto, condannato ad uccidersi, prese il pugnale del proprio uomo e trafiggendosi per prima, gli disse: “Peto, non dolet”; oppure il caso di Lucrezia che si ucccise con un pugnale per lavare l’offesa di uno stupro, ricevuta proprio da Sesto Tarquinio, commilitone di suo marito.
Dopo quanto detto, tenendo conto degli insegnamenti di Nichte, di Freud e delle scuole di pensiero che essi hanno rappresentato nel tempo, volte a ricercare nei miti e nella tragedia classica i paradigmi della psiche umana, emerge un quadro interpretativo utile non solo a comprendere il significato di alcuni gesti estremi, ma anche ad indagare, al di là di essi, i disagi e le ‘vie senza uscita’ di fronte alle quali si trovano gli individui della società moderna, ovviamente adoperando tutti quegli accorgimenti necessari nel passaggio da un caso ideale come quello della tragedia, a uno reale in cui entrano in gioco un’infinità di varianti.

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