La tragedia è un genere teatrale caratterizzato da una trama non felice e da un finale niente affatto lieto. I protagonisti di queste composizioni sono, per lo più, nobili re, regine, principi e principesse che, come se vi fosse un rapporto di proporzionalità diretta tra status sociale e intensità dei sentimenti che una persona è capace di provare, sono animati da forti e, spesso, insane passioni, causa, il più delle volte, della morte.
A carpire l’attenzione degli studiosi sia filologi che psicologi sono state, però, quelle tragedie che culminano con il suicidio dell’eroe o dell’eroina protagonista della vicenda. Morire, infatti, non era un gioco da ragazzi e, persino nel compimento di un’azione tanto drammatica, i protagonisti dovevano attenersi a un copione ben preciso. Non era la stessa cosa darsi la morte per mezzo di un’arma, o per mezzo di una corda, o per mezzo di un veleno, ecc. Persino la modalità di suicidio doveva rispecchiare il carattere, il sentimento e la forza dell’eroe che lo metteva in atto.
Già Nichte e Freud, seppur in maniera differente, riconoscevano agli antichi greci la capacità di aver indagato a fondo l’animo umano e di averne descritte e, in un certo senso, intrappolate le passioni all’interno delle trame tragiche, così che, come affermava anche Aristotele, osservando le tristi azioni compiute dai personaggi tragici, l’animo degli spettatori potesse essere coinvolto in un processo di catarsi (purificazione) dai sentimenti insani e sregolati.
Si parlava, dunque, del suicidio e, infatti, è proprio su questa drammatica azione che vuole concentrarsi questo articolo, analizzandola però da un punto di vista psicologico-letterario. Presupposto che darsi la morte non è mai un atto passiva, ma sempre attiva, in quanto presuppone la volontà e l’azione di chi lo esegue, esistono in letteratura dei metodi classificati come attivi e dei metodi classificati come passivi.
Di fronte al disagio e all’impossibilità di andare avanti, magari per aver perso l’onore, per aver perso la persona amata, per aver perso i propri cari, quando ci si trova di fronte ad una serie di strade sbarrate, paradossalmente, l’unica via d’uscita è il suicidio. Esso, come sostiene Roland Barthes in “Frammenti di un discorso amoroso”, può essere presentato dall’esecutore come una sorta di ricatto morale nei confronti di chi gli nega il proprio amore o può essere, addirittura, messo in atto come l’unica via per poter raggiungere, nell’al di là, l’amato/a senza il/la quale è diventato impossibile continuare a vivere.
Sarebbero le eroine, rappresentanti del così detto sesso debole, a preferire, almeno secondo i canoni della tragedia, una morte passiva e, quindi, meno nobile: impiccagione, soffocamento in mare, caduta da un precipizio, veleno, ecc. Gli uomini virtuosi invece, preferirebbero darsi la morte mediante l’ausilio di un’arma, sia essa una spada o un pugnale.



