Era così assente delle volte.

di Lucy Gemma

Era così assente delle volte. Stava ferma a pensare alle cose più banali di questa terra e se ne veniva su con discorsi assolutamente insensati. Si diceva incompresa. Io la dicevo troppo bella, semplicemente.

Entrai in casa con la mia sesta sigaretta, uno schifo di droga che non smetteva di rendermi succube. O forse no. Forse lo schifo più grande era quella pseudo relazione occasionale. Sguardi accesi di bugie e mani troppo grandi per contenerle tutte. Una donna troppo bella per essere solamente mia.

Logica schiacciante.

Il muro della mia cucina pieno di scritte. Pieno di baci al tabacco, baci assurdi, baci senza tempo. Era in grado di fermarmi la vita per un’ora, due se ero fortunato. Capitò per caso accanto a me nella metro, non ci guardammo, percepimmo gli odori. Leggeva qualcosa. Prese la matita e, sotto il mio sguardo impaziente, sottolineò “Dietro quel seno, quelle labbra da baciare al sapore di pesca, si chiudeva a chiave e si portava dentro una piccola dispettosa bambina di cinque anni, lei che non voleva crescere, che non aspettava altro che le rimboccassero le coperte calde.” Lo fece con affanno, sembrava provasse dolore fisico. Stringeva la matita come un chiodo conficcato tra quelle poche righe. Sentivo il bisogno irresistibile di chiudere la mia mano sulla sua, quasi come se potesse sentirsi meno sola, meno piccola. La lasciai nella metro, le porte si chiusero e le dissi addio. Pensai che avrei potuto parlarle, ma che senso avrebbe avuto? Avrei spezzato quel filo sottile che ci aveva legati indissolubilmente. E io ancora non lo sapevo.

Tornai a casa e presi la cassetta degli attrezzi da lavoro. Raccolsi un mucchio di quadri abbandonati in cantina e li piantonai lungo il muro del corridoio. Una sequenza indefinita di donne, di volti assenti, rubati, volti fissi a guardare rotaie spaccate e impercorribili, gambe e piedi nudi, nasi all’insù, troppo piccoli e braccia stanche, aperte in un abbraccio inesistente. Guardai quel capolavoro di non sense e misi assieme quei pezzetti di donna. Rividi quella bambina dispettosa che mi si sarebbe piantonata nel cuore come i chiodi nel muro blu. Vissi come un pazzo per una settimana. Avanti e dietro per il corridoio, dormii sul pavimento per poterla avere sempre avanti, con i suoi occhi di mille donne, col suo profumo nella testa. Il pavimento divenne il luogo più ospitale, perché sembrava fosse lei a suggerirmelo ogni giorno. Tornavo da lavoro sfinito, mettevo la metro a soqquadro con lo sguardo, cercavo di ricordare le sue scarpe rosse, bellissime. Maledivo le ore che passavano incessanti, perché portavano via un pezzo di lei alla volta e io diventavo matto. Non sapevo ricostruire il suo volto e piantonavo altri quadri, perché mi ricordassero quella donna. La sconosciuta mi cambiava, io lasciavo che lo facesse.

Ero innamorato di un’idea. E nessuno mi ci avrebbe distolto.

Un lunedì mi dimenticai del lavoro, ma non riuscii a non di salire sulla metrò alle otto e quindici. Non trovai posto e ringraziai il cielo per quello.

In piedi, poco più in là, la sconosciuta. Il suo profumo mi raggiunse quasi subito. La sconosciuta bellissima. I mille quadri. I pezzetti di donna tutti lì, davanti a me. Viaggiammo per mezz’ora senza che lei potesse accorgersi di me, nascosto tra teste allegre, silenziose, vuote e piene d’impegni irrinunciabili. Alla quarta fermata, poi, le teste andarono via.

Le fui finalmente chiaro.

Mi guardò per un attimo e mi sentii preso a pugni dalla vita quando mi resi conto della bellezza senza tempo di George e dell’uomo che le era accanto. Le prese la mano e mi fu tutto chiaro. Alla fermata successiva scappai via. Avvertii una strana sensazione di leggerezza e di strazio assieme. La mia idea non era mia. Era la realtà di un altro. Mi fermai per prendere fiato e la vidi poco distante correre impazzita, guardarsi attorno in preda al panico. Poi mi vide. Camminò correndo e cercando di mantenere un contegno che aveva ormai abbandonato sulla metro. Feci per andare via ma mi bloccò all’istante. Fu sulla mia bocca come il temporale del sabato sera. Mi baciò a lungo, fu come lasciarsi trasportare da un mare in burrasca, sai di poterci morire da un momento all’altro ma è piacevole abbandonarsi al destino. Le onde finirono col portarci diritti sul mio pavimento, tra quei mille pezzi di quadri esausti, finalmente ritrovati, uniti, indissolubili…

Restammo insieme per circa tre anni.

Era solita fermarsi in bagno a disegnare sullo specchio bagnato. Ci fissava il suo bel corpo nudo, i contorni degli occhi più grandi che io avessi mai visto, un bacio sul fondo del suo riflesso e andava via. Mi lasciava solo a contemplare le lenzuola vuote, con la forma delle sue mani, il suo trucco sul cuscino, quel profumo ovunque. Non le dissi mai quanto l’amavo. Forse avrei potuto, ma non sarebbe mai stata veramente mia. Non lasciò suo marito. Fece scenate pazzesche, urlò di lasciarmi amare, di sentirsi mia e mia soltanto. Ma andò via lo stesso. E io restai col suo bel corpo nel corridoio, in mezzo agli altri quadri. La somma di tutto quell’indefinito. Lei. La mia George.

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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