fuga-cervelli  di Rossella Bonassisa

Il Cun (Consiglio universitario nazionale) sottolinea che dal 2009 il Ffo, il Fondo di finanziamento ordinario, è sceso del 5% ogni anno. In dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 a 280.144, con un calo di 58.000 studenti, come se fosse scomparso un intero ateneo. Il calo delle immatricolazioni riguarda tutto il territorio e la gran parte degli atenei.

Ai 19enni la laurea interessa sempre meno, l’ufficio studi di Almalaurea mette in evidenza il  fenomeno della dispersione scolastica, che potrebbe in parte spiegare i nuovi dati. Anche la selezione pre-universitaria è talmente forte che attualmente si iscrivono ad una facoltà 29 diciannovenni su 100. Il numero dei laureati, purtroppo, è destinato a calare ancora, perché negli ultimi tre anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato ridotto notevolmente. Diminuita drasticamente però, è anche l’offerta formativa degli atenei; in sei anni sono stati eliminati 1.195 corsi di laurea. Quest’anno sono scomparsi 84 corsi di laurea triennali e 28 corsi specialistici/magistrali. Se tale riduzione è in parte stata prima dovuta ad azioni di razionalizzazione adottate dagli atenei e indicate dal Cun, adesso è invece dovuta in larghissima misura alla pesante riduzione numerica del personale docente. In soli sei anni, è calato progressivamente anche il numero dei docenti, del 22%. A forte rischio obsolescenza poi le attrezzature dei laboratori per la decurtazione dei fondi. I finanziamenti Prin, cioè i fondi destinati alla ricerca libera di base per le Università e il Cnr, subiscono tagli costanti: si è passati da una media di circa 50 milioni all’anno ai 13 milioni per il 2012. Quanto ai laureati, l’Italia è largamente al di sotto della media Ocse: 34esimo posto su 36 Paesi. Solo il 19% dei 30-34 anni ha una laurea, contro una media europea del 30%. Il 33,6% degli iscritti, infine è fuori corso mentre il 17% non fa esami. I ragazzi sono demotivati a studiare per tanti anni, poiché il mercato del lavoro non offre loro garanzie di occupazione immediata. I giovani hanno continuamente prova di questo, sono infatti svariate le interviste che si ascoltano sui ragazzi laureati con il massimo dei voti ancora disoccupati. Senza contare le esperienze di amici e parenti di cui sono testimoni. Ci si chiede allora se la laurea serva davvero. A chiederselo sono anche le famiglie che non sembrano più disposte a sopportare sacrifici per mantenere i figli all’università e se lo fanno tengono d’occhio le spese piuttosto che la qualità dell’ateneo. L’anno scorso la metà degli studenti ha frequentato l’università nella stessa provincia in cui si è diplomato, il 26% in una limitrofa. Solo il 12% si è spostato dal Sud al Nord e soltanto il 2% è andato all’estero. Sono pochi i ragazzi convinti che la laurea sia la chiave per trovare un buon lavoro. Di più quelli che giudicano che il «pezzo di carta» sia inutile. La maggior parte dei ragazzi però, si rende conto che i soli studi universitari non bastano. Si deve pensare che al giorno d’oggi la laurea è un titolo che arricchisce il nostro bagaglio culturale e serve ad essere più competitivi. Bisogna dirigere le proprie energie anche verso altre direzioni che i giovani italiani ancora sottovalutano, come imparare una lingua, vivere all’estero per qualche tempo, fare piccole esperienze lavorative anche durante l’università. Inoltre, più di tutto, bisogna tener conto che la laurea non è una bacchetta magica in grado di trovare subito il lavoro dei sogni. Tuttavia occorre denunciare una situazione vergognosa ed insostenibile, una situazione che mostra chiaramente il fallimento di un sistema, che crea percorsi di laurea dai quali vengono sfornati laureati che poi nessuno vuole, laureati che man mano si sentono inutili e demotivati.

 

Redazione

Inserito dai Redattori di "Vento nuovo". Quotidiano di informazione, cultura, innovazione, economia, arte, fashion, gossip, sport, fondato a Roma nel 2009 ( n. 43/2010)

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