
Dimenticate la rassicurante compostezza del pop radiofonico. “Hunting Ghosts” dei The Smoke Mirrors è un urlo sottovuoto, un banchetto di ossidiana dove ogni nota morde. Se “Lunar” ci aveva sedotti con la sua malinconia d’argento, l’album completo ci trascina in un seminterrato dell’anima dove il rock alternativo diventa un’arma contundente avvolta nel velluto. La band si muove come un predatore notturno. Questo disco è un ponte di Einstein-Rosen che collega la psichedelia dei Vortice Instabile a una nuova, ferocissima urgenza espressiva. Le metafore qui non servono a spiegare, ma a confondere: i “fantasmi” del titolo sono i desideri non detti, i rimpianti che hanno il sapore del ferro e la speranza che brucia come fosforo bianco. La voce della Benchea è l’ossigeno in una stanza che va a fuoco: necessaria, purissima, vitale. “Hunting Ghosts” non è musica da sottofondo, è un’invasione di campo. I The Smoke Mirrors hanno smesso di inseguire le influenze britanniche per diventarne, finalmente, l’incarnazione italiana più credibile e spietata. Un disco che non si ascolta, si subisce come un incantesimo.


