Con una scrittura autentica e una vocalità che lascia il segno, Marco Forti firma un brano che non ha paura di affrontare temi difficili. La diversità, il perdono e la ricerca di senso si intrecciano in un singolo che scuote e accarezza con la stessa intensità.

Nel brano emerge una domanda universale: “Che colpa abbiamo se nasciamo diversi?”. Quando hai sentito che questa frase non era solo parte del testo, ma un manifesto umano?
Ho sempre avuto l’idea sul fatto che non ci sia tanta differenza tra noi “Normali” e il “Diverso” e che, anzi, quest’ultimo possa dare ricchezza d’animo e un valore aggiunto alla persona che sei o che pensi di essere. Ho capito con gli anni che la bellezza di questa vita è che tutti noi nasciamo diversi perché nessuno è uguale a nessun’altro e siamo tutti pezzi unici, nel nostro genere. Forse potremmo porci anche un’altra domanda: “Che colpa abbiamo noi se veniamo al mondo, laddove tutto è già scritto? Qual è il senso preciso, il disegno?” Sono pensieri che, al dire il vero, mi accompagnano da sempre. Sono domande che mi sono sempre chiesto e certo è che, col passare degli anni, alcune di loro hanno “maturato” proprio come ho fatto io.
Il momento in cui ho sentito essere un manifesto umano più che una frase facente parte di un solo testo, è stato sicuramente dopo l’incontro casuale con Marco De Alexandris, al quale ho dedicato questo mio secondo progetto discografico. Conoscendo lui e la sua famiglia, ho iniziato a rivalutare alcune considerazioni a riguardo, analizzando più a fondo certi aspetti che prima vivevo solo da spettatore.
Oltre Marco, ho avuto modo di approfondire spesso questo tipo di esperienze, avendo lavorato sul sociale. Ho conosciuto altre realtà, diverse da ciò che siamo abituati noi a vivere o a “sentir dire in giro”. Ho pensato fosse doveroso mettere in luce questo aspetto sociale, tanto discusso ma poco interiorizzato
Hai trasformato la voce silenziosa di Marco De Alexandris in una narrazione musicale. Com’è stato prendere in mano parole così pesanti, vere e delicate allo stesso tempo?
Pensandoci bene non ci ho mai pensato a com’è stato prendere in mano una storia così delicata e così autentica e metterla in musica. È stato di certo un lavoro che si è definito passo passo, quasi come però se tutto fosse già stato scritto che sarebbe dovuto andare in un certo modo. Quando conobbi Marco io avevo circa 15 anni e quando presi consapevolezza di chi avevo veramente vicino, ero già emotivamente dentro alla sua storia e, come in tutte le dinamiche delle storie, ho soltanto seguito il suo flusso. Forse per questo non mi sono mai reso conto delle difficoltà nel realizzare un progetto di questo tipo! Tra me e Marco è nata un’amicizia. Come dice lui, un’amicizia tra il “normale” e il “diverso” che negli anni si è consolidata e lì, ho capito che questa storia doveva essere raccontata. Però come? In che modo? Lui non può parlare e il suo portavoce è Adriana, la madre. Marco però scrive, proprio come me e allora, mi sono chiesto, cosa c’è di tanto diverso? Certo, ad oggi, tornando indietro con i ricordi di ciò che è stato questo percorso, posso dire che ho avuto (e ho tutt’ora) delle grandi responsabilità nel mettere in luce la visione del mio amico e il suo mondo che, seppur lo sento vicino al mio, è completamente lontano. Qualche anno fa, rileggendo le poesie di Marco e i miei testi riadattati, sono arrivato forse all’arma vincente: portare rispetto al suo pensiero e alle sue parole, assolutamente sì, aggiungendo però agli ingredienti il mio punto di vista da “normale” e raccontare una storia così complessa con una formula più semplice, diretta, quasi colloquiale con chi ascolta e, oserei dire persino “spensierata”. Rendere dunque una storia gigante in un “andamento orecchiabile”, adatto a tutti!
Nel comunicato si parla di un incontro avvenuto più di quindici anni fa. Quanto ha influito quel primo impatto emotivo sulla costruzione del singolo?
Esatto. All’epoca ero ancora acerbo sulla consapevolezza di certe realtà, come quella di Marco. L’impatto emotivo nel vederlo raccontarsi con sua madre, sul palco e parlare di questo suo libro è stato molto grande e ha influito molto perché è stato fonte di ispirazione per la scrittura di questo singolo che all’epoca non si chiamava con il nome che porta oggi, ma il titolo era “Io: Fratello Minore”. È stato proprio questo il brano di presentazione a Marco e alla sua famiglia, che mi ha accolto a braccia aperte, come fossi quasi un loro secondo figlio.
La tua vocalità è particolarmente intensa in questo brano, quasi come se fosse un grido trattenuto. Che tipo di lavoro emotivo e tecnico c’è stato dietro questa interpretazione?
Grazie intanto per il prezioso complimento. Inizio nel ringraziare Cristiano Romanelli, il mio produttore artistico, perché gran parte di questo successo lo devo a lui e alla Lift Promotion. Cristiano ha lavorato insieme a me sulla struttura del progetto e sulla parte interpretativa del brano. Grazie a lui sono riuscito finalmente a trovare quel tassello che effettivamente mi mancava, durante le registrazioni in studio. Nella vita è proprio vero, non si finisce mai di imparare! Un’altra cosa che mi ha di certo aiutato nel trovare forse il giusto equilibrio tra tecnica ed interpretazione è il mio percorso artistico e formativo che non si è basato mai solo sul canto ma anche sul teatro. A livello tecnico vocale, devo ringraziare invece due figure professionali molto importanti per me, che hanno fatto parte della mia formazione: la Maestra Maria Loreta Ciofani e la vocal coach Daniela Emilia Ciampitti.
Su questo brano in particolare, ho preferito non essere troppo tecnico, vocalmente parlando, ma dare più spazio all’anima e all’emotività del momento. Ho sempre creduto che bisogna essere perfetti in studio, quando si registra. Bisogna essere impeccabili, perché non avrai più modo di modificare la registrazione: quella rimarrà per sempre! Come concetto è vero però forse non si tratta di essere perfetti ma unici, autentici. Di certo la tecnica deve essere alla base di tutto, ma quello che ho capito finora grazie al mio percorso e questo mio ultimo progetto è che se ci metti l’anima nelle cose, lei ti dà, nel 90% dei casi, la soluzione.
Guardando alla tua carriera, quali sono le ambizioni che senti più urgenti oggi? «Ma che colpa ne ho» anticipa un cambiamento o una conferma del tuo stile?
Guardando alla mia carriera e alle esperienze acquisite nel tempo, ritengo forse che l’ambizione più urgente oggi sia proprio quella di reinventarmi ogni giorno e vivere sempre di arte e creatività. Vivere sempre esperienze nuove, artisticamente parlando, che possano essere per me formative e fortificanti, ogni volta. Certamente poter realizzare i miei progetti, come questo dedicato a Marco e poter dare un supporto a chi, come me qualche anno fa, prova oggi ad “affacciarsi a questo meraviglioso ma spietato mondo”, che è l’arte.
“Ma che colpa ne ho” è un brano che conferma il mio stile e, in un certo senso, anticipa anche un cambiamento. Con Cristiano Romanelli e Simone Cerratti, ho deciso di omaggiare la grande musica italiana degli anni ’70 e ’80, con un sound quasi “Celentanesco”. Il ritornello mi ricorda molto i duetti di Mina e Celentano. Questo perché il mio stile si rifà un po’ alla musica del passato. Ci sono praticamente cresciuto con quei classici! Il brano però anticipa anche un cambiamento e cioè quello di un disco in cui ho osato molto sia per le tematiche trattate, sia per il fatto di aver sottolineato il valore della musica dal vivo, in quanto più della gran parte dei brani sono stati registrati in studio insieme alla mia band (Simone Forti alla batteria, Luca Pizzorni al basso, Leonardo Di Marzio alle tastiere e Simone D’Aquilio alle chitarre). Per questo disco, inoltre, per la prima volta, ho dato più spazio all’anima che alla tecnica e più “spazio a me stesso”, come artista e come persona, rispettando alcune mie scelte e non “mettermi sempre da parte”!
C’è un messaggio nascosto nel pezzo, qualcosa che potrebbe arrivare solo a chi lo ascolta con attenzione e cuore aperto?
Assolutamente sì, il brano cela dei messaggi. Il primo in evidenza sta all’inizio: <<dicono che nasci quando nascerai; dicono che cresci e poi non cresci mai>> Ipotizziamo che la vita sia come una giostra che gira e compie sempre lo stesso giro. Se fosse vero che tutto ritorna, come effetto boomerang, allora cadiamo sempre sugli stessi errori e non impariamo mai la lezione! Questo è riferito non solo ad un errore medico, come nel caso di questo brano, o ad un errore sociale ma proprio ad una superficialità di tutti noi, rispetto alla vita e al nostro atteggiamento schivo nel vivere, verso noi stessi, in primis e verso il prossimo. Nonostante gli anni ci portino a dei cambiamenti anatomici e biologici, non cresciamo mai veramente, restiamo sempre bloccati allo stesso punto; come in un bug di un gioco, in cui resti sempre sullo stesso livello e non vai mai avanti!
Un altro concetto molto importante, subordinato a quanto detto finora e che viene sottolineato nei ritornelli, è il valore, ormai perso e l’importanza del SAPER PERDONARE. Perdonare chi ti ha distrutto, chi ti ha fatto del male (volente o nolente). Saper perdonare e superare con il sorriso ogni ostacolo e sapersi accettare. Essere capaci di bastarsi, nella vita, di accontentarsi di ciò che si ha e ringraziare per le fortune che si hanno e non lamentarsi sempre per ogni singola sciocchezza che non va …
Sarebbe interessante se qualche volta riuscissimo un po’ tutti a porci domande come quella del titolo “Ma che colpa ne ho” e riflettere su certi argomenti perché, nonostante tutto, non c’è niente di scontato.ù


